Torno

oggi la fine è finita
e tornando mi guardo
alle vetrine sporche
su cui mi specchio
mi vedo distorto
al bar adesso
si sono fatti un’idea di me
forse l’ultimo caffè
non ci capiterò più
cambierò i percorsi
ma ora non conosco
le strade i portoni
sceso dal bus
ho incontrato l’aria
mi sono liberato
dal petto la nausea
i tacchi degli stivali
scorticati e scollati
torno salendo le scale
ho un sacco di fiato
tanto da chiedermi
a voce scandendo
dov’è che torno
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È la fine d’ottobre

Nel naso l’odore del caffè bruciato
un piccione tronfio e diffidente sul ballatoio
gli appartamenti di fronte chiusi a lutto
brezza e luce di un dopo pioggia d’estate
è la fine d’ottobre e c’è un’aria che sa di attesa
e un’attesa che non sa di niente, confuso
guardo il muro di un bianco nuovo
come questo presente che stenta
lo schermo spento del televisore
aspetto parole che faticano ad arrivare
suona il telefono e non rispondo
insiste il crepuscolo, la luce spenta
il corpo appena scosso, un brivido permane
e ho voglia di tutte le impossibili voglie

Il sonno

L’abbraccio è un gesto virtuale
il parlare uno scrivere pieno d’equivoci
quando cominci i silenzi si sentono di più
un nome pronunciato che non è il tuo
ti annulla in un mutismo senza respiro
la notte la luce gialla filtra nella stanza
il buio, se non è cielo, disorienta
hai preso l’abitudine a stringerti
col lenzuolo attorno al collo
preghi, non sai a chi
preghi a tutti indistintamente
la voce galleggia timida e spezzata
anche quando sei solo, nessuna certezza
il sonno è un vaso pieno di speranze

Una storia deforme

Il cuore è deforme
tanta e mostruosa l’intimità
da dimenticare che sei donna
hai del trucco da toglierti
ogni sera prima d’andare a letto
e certi tuoi movimenti e gesti
pur se li accetto, non li capisco
come quando ti nascondi e schivi
Io che ti ho visto mille volte
mi storco tutto e faccio bah
vicini, ma di schiena, penso a
come mi sei sempre piaciuta
in tutte le tue versioni
ora sfatta come dici
fatta come sei da sempre
alla luce al buio adesso
È solo un sogno a vivo
quest’amore deforme
non posso che pensarci ora
che dormi per conto tuo
ti alzi da sola lontana e vicina
le mie mani certe su di te
se tu fossi qui o io fossi lì
o fossimo assieme là

Buio

Pure di giorno a volte è buio
c’è un silenzio che non accetti
la pioggia non è rumore oltre la finestra
è acqua che scivola sul volto
mentre cammini pesante su te stesso
le scarpe sull’asfalto di cartavetrata
Alla gente non piaci così tanto,
nessuno si gira a guardarti
quando passi oltre e li guardi
nelle loro schiene strafottenti
dirette nell’immonda abitudine
Ti accorgi che sei l’unico
con gli occhi aperti
anche se tutto è sfocato
se la tua vita, la tua vista
la tua testa, lo sono
e a che serve guardare
se nessuno ti guarda?
Il buio della notte è migliore:
a volte riesci a guardarti

Hitchcock

È panico maniglione antipatico,
non ti apri dentro questo loculo
di mattoni e fratture scomposte
come le tue mura millenarie
che reggono chi a bloccarmi
chi a proteggermi dal vento,
dalla demenza e dall’insania,
non faccio che ricadere
dalle scale che risalgo,
vivo in bianco e nero
nei ricordi felici, ora tristi,
come in Vertigo salgo e scendo, 
fermo e fremo, ho le vertigini,
soffro l’altezza della torre chiusa.
Il tempo passa, tu non ci sei
a scorgermi, sorreggermi,
farmi oltrepassare il ricordo
che voglio intatto, non maceria,
ma fuori dal mio corpo,
una bandiera a segnare
il percorso che continua.
Il primo d’ottobre io so dov’ero
e le mura non sono macerie.
Vieni qui a spingermi!