Horror vacui

ogni caduta è fragore
è cadere sempre più in basso
piegato sulle ginocchia
per ricadere ancora
sotto il vuoto
e sopra il niente
una tela a strati
di tinte buie
la luce
un punto di smarrimento
e l’olio unge
presagi e catastrofi
il sogno
si tramuta presto
in incubo
non c’è miracolo
per i non santi
le attese vane
a sperare e disperarsi
sogno di vita
e luminosi spazi
di rosso
sono i ricordi mancati
e un drappo ricopre
le altre vie del trivio
Caravaggio amico mio
sono tante le cose che mancano
dietro le ombre
delle tue tele
come i ragni
che tramano
ad un passo dal fare
nessuno ha colpa
son io che ho colpa
la colpa di tutto
la colpa di me stesso
le cose che credo
durano poco
le cose che credo
sono morbidi cuscini
che abbracciano
e soffocano
e ogni mossa è falsa
ogni parola è persa
e sono dove non dovrei
e sono dove non ho quel che ho
la distanza è un tempo di piombo
è uno spazio glaciale
schiaccia e inaridisce
scoraggia e regredisce
io non cresco più
posso dirmi finito
oppure cominciato
Annunci

Se qualcuno chiede

è un buon posto
quando non senti
la mancanza del mare
ti abitui a tutto e all’istante
come fosse tuo da sempre
il peso sulle gambe immortali
nelle vene sangue e combustione
andare in giro pieno con meta l’ovunque
sei l’espressione vivente di te stesso
e a chi ti chiede dove sei stato
sai dare una sola risposta
se qualcuno lo chiede
sei stato a vivere

In petto

mi sbatte in petto
una lavatrice a pieno carico
gli oblò son sempre sporchi
e le rampe sempre ripide
l’inclinazione del mezzo
crea vuoti di senso
ma parlerei con te del niente
sotto ogni cielo
a tutte le velocità
su una nuvola immobile
a ridosso di cattedrali
piazze e stazioni
quella nostra panchina
superata la banchina
la mano sul sole
sulla coscia
stringe una forchetta
un bicchiere di vino
il tuo viso
il tuo cuscino
la mano saluta
cambia canzone
col palmo tocco
il tronco di una palma
il solco del mio occhio
qualche lacrima
i ricordi e l’avvenire
biglietti scontrini cartoline
un museo di quadri smussati
la carta gialla e fiori secchi
i tratti di un bambino
scrivo con i miei ideogrammi
corro scorro vento…
“biglietto signore?”

Lo so

quanto ho ascoltato le tue parole
quanto invece ho guardato i tuoi occhi?
essermi perso il filo la trama tutto
essermi perso lo sguardo, giù
tra gli interstizi di due mattonelle
le dita in tasca a graffiare
ma che belli i limiti da superare
e non reggere
come reggo invece l’alcol
che quando insisto mi piace
camminare solo nella notte
tra il buio e la luce gialla
come ho camminato e sbandato
per averti guardato troppo
preso da gioie improvvise
e da future malinconie…
so che sarai sempre
qualcosa che manca

Torno

oggi la fine è finita
e tornando mi guardo
alle vetrine sporche
su cui mi specchio
mi vedo distorto
al bar adesso
si sono fatti un’idea di me
forse l’ultimo caffè
non ci capiterò più
cambierò i percorsi
ma ora non conosco
le strade i portoni
sceso dal bus
ho incontrato l’aria
mi sono liberato
dal petto la nausea
i tacchi degli stivali
scorticati e scollati
torno salendo le scale
ho un sacco di fiato
tanto da chiedermi
a voce scandendo
dov’è che torno

È la fine d’ottobre

Nel naso l’odore del caffè bruciato
un piccione tronfio e diffidente sul ballatoio
gli appartamenti di fronte chiusi a lutto
brezza e luce di un dopo pioggia d’estate
è la fine d’ottobre e c’è un’aria che sa di attesa
e un’attesa che non sa di niente, confuso
guardo il muro di un bianco nuovo
come questo presente che stenta
lo schermo spento del televisore
aspetto parole che faticano ad arrivare
suona il telefono e non rispondo
insiste il crepuscolo, la luce spenta
il corpo appena scosso, un brivido permane
e ho voglia di tutte le impossibili voglie