In petto

mi sbatte in petto
una lavatrice a pieno carico
gli oblò son sempre sporchi
e le rampe sempre ripide
l’inclinazione del mezzo
crea vuoti di senso
ma parlerei con te del niente
sotto ogni cielo
a tutte le velocità
su una nuvola immobile
a ridosso di cattedrali
piazze e stazioni
quella nostra panchina
superata la banchina
la mano sul sole
sulla coscia
stringe una forchetta
un bicchiere di vino
il tuo viso
il tuo cuscino
la mano saluta
cambia canzone
col palmo tocco
il tronco di una palma
il solco del mio occhio
qualche lacrima
i ricordi e l’avvenire
biglietti scontrini cartoline
un museo di quadri smussati
la carta gialla e fiori secchi
i tratti di un bambino
scrivo con i miei ideogrammi
corro scorro vento…
“biglietto signore?”
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Lo so

quanto ho ascoltato le tue parole
quanto invece ho guardato i tuoi occhi?
essermi perso il filo la trama tutto
essermi perso lo sguardo, giù
tra gli interstizi di due mattonelle
le dita in tasca a graffiare
ma che belli i limiti da superare
e non reggere
come reggo invece l’alcol
che quando insisto mi piace
camminare solo nella notte
tra il buio e la luce gialla
come ho camminato e sbandato
per averti guardato troppo
preso da gioie improvvise
e da future malinconie…
so che sarai sempre
qualcosa che manca

Torno

oggi la fine è finita
e tornando mi guardo
alle vetrine sporche
su cui mi specchio
mi vedo distorto
al bar adesso
si sono fatti un’idea di me
forse l’ultimo caffè
non ci capiterò più
cambierò i percorsi
ma ora non conosco
le strade i portoni
sceso dal bus
ho incontrato l’aria
mi sono liberato
dal petto la nausea
i tacchi degli stivali
scorticati e scollati
torno salendo le scale
ho un sacco di fiato
tanto da chiedermi
a voce scandendo
dov’è che torno

È la fine d’ottobre

Nel naso l’odore del caffè bruciato
un piccione tronfio e diffidente sul ballatoio
gli appartamenti di fronte chiusi a lutto
brezza e luce di un dopo pioggia d’estate
è la fine d’ottobre e c’è un’aria che sa di attesa
e un’attesa che non sa di niente, confuso
guardo il muro di un bianco nuovo
come questo presente che stenta
lo schermo spento del televisore
aspetto parole che faticano ad arrivare
suona il telefono e non rispondo
insiste il crepuscolo, la luce spenta
il corpo appena scosso, un brivido permane
e ho voglia di tutte le impossibili voglie

Il sonno

L’abbraccio è un gesto virtuale
il parlare uno scrivere pieno d’equivoci
quando cominci i silenzi si sentono di più
un nome pronunciato che non è il tuo
ti annulla in un mutismo senza respiro
la notte la luce gialla filtra nella stanza
il buio, se non è cielo, disorienta
hai preso l’abitudine a stringerti
col lenzuolo attorno al collo
preghi, non sai a chi
preghi a tutti indistintamente
la voce galleggia timida e spezzata
anche quando sei solo, nessuna certezza
il sonno è un vaso pieno di speranze

E invece

Una signora per bene
molto altezzosa
ti squadra ogni centimetro di corpo
È una di quelle giornate
ormai sempre più
che non ti senti ad agio nudo
o nei vestiti sbagliati che indossi
Pensi a te
mentre la ascolti parlare
lo fa per molto, parla
con la cadenza molle
ben bilanciata, ben costruita
il portamento da modella
prima del giro di boa
il petto che le sale e scende
occhi scuri, capelli da ragazzo
Parla tutta piena di carattere
con spigoli e morbidezze
che tu mentre fai il tuo
vorresti fare altro
stupirla con un eccesso
trovare un senso al disagio
cercare un equilibrio
tornare sulla terra
farle una carezza sulla mano
che impugna una penna
Vorresti sorprenderla
col tuo sguardo d’inchiostro
l’eros che esala dalla pelle
le labbra socchiuse sospese
come l’annuncio di un bacio
l’accento snob a farle il verso
Le dici “sì sì infatti certo”
e invece c’hai voglia di scoparla