Al porto

Guardavo una foto non mia:
l’attesa in un porto, il mare piombo,
lontana la vera città, i rumori spenti,
la nave che non arrivava, tutto fermo.
Da quant’è che non vivo? ho pensato.
Mi son visto nel fumo sciolto nel cielo grigio.
Una volta vivevo; mi lamentavo, sì,
sempre di cose diverse. Una volta…
Stimoli pochi, ma adesso niente.
Ricordo che il mare cambiava colore ogni giorno
e l’aria aveva ogni giorno un sapore nuovo,
ero grato al mondo e in certi istanti
ci stavo comodo, non sempre e ora non più.
Del freddo non mi fregava niente e ora lo soffro.
Così era e qui, ora, è sempre lo stesso.
Finché camminavo coi sensi attivi,
osservando, non spiando, cautamente, con discrezione,
timido come so essere quando non scrivo,
finché provavo e spendevo, per quanto mi lagnassi,
le cose da qualche parte andavano,
le cose bene e male andavano.
Spinte dal vento, trascinate dal mare,
bruciate dal sole, le cose andavano.
Dove andavano, non so dove andavano,
ma sono andate e forse lontane da me
continuano ad andare…
Andare e non stare fermi
dicono tutti sia la soluzione.
L’importante è riempire le attese.
Attendevo allora come attendo adesso.
L’importante è riempire i vuoti.
Ora li copro soltanto.
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