Il gatto col rictus

C’era questo gatto nero, bello bello, dal pelo che pareva morbidissimo, che aveva questa lingua di fuori che a tirargliela forse avresti potuto scartarlo come una barretta di cioccolato. Questo gatto si poteva pensare avesse sete e invece il suo era un ghigno paralitico, era affetto da rictus, e ciò lo rendeva ancora più bello. Stava fermo e già da fermo era sinuoso e provocava in me un certo desiderio fisico e di tenerezza, un desiderio di carezzarlo lungo tutta la schiena, dietro le orecchie, sotto il collo. Sedeva col suo culetto e colle sue cosce toniche da randagio nell’ultimo gradino di una grande scalinata di travertino sporco, pieno di crepe nere, che andava più in là biforcandosi e ancora più in là ricongiungendosi. Mentre gli andavo piano incontro, lui, incuriosito e timoroso mi studiava coi suoi occhi ambrati e nelle pupille parevano incastrati due piccoli insetti ovali. Le sue zampe anteriori staccatesi da terra avanzavano adesso su un altro gradino e così: a ogni mio passo uno suo, a ogni mio gradino uno suo. Piano piano ci si avvicinava, piano piano in questo intenso studiarsi, nell’incontro dei nostri occhi, una reciproca fiducia stava instaurandosi. Recuperavo terreno a suo dispetto, gli ero così vicino e lui, bellissimo gatto nero, continuava a guardarmi in un modo tanto bramoso che già nel sottofondo dei rumori urbani si poteva sentire emergere un lieve accenno di fusa, pronto a crescere con progressione non appena lo avessi raggiunto e trattenuto tra le mie mani. Cosa che però non accadde. A dividerci adesso c’era una grande cancellata nera che troppo rapito dall’animaletto sfuggì dal mio spettro visivo e quasi ci andai a sbattere quando feci un ultimo passo per andargli incontro; lui la oltrepassò baldanzoso mostrandomi il suo buco di culo e la sua coda alta e tesa come una candela. Poi andò più in là, si sistemò come una sfinge su un altro gradino e guardò la mia impotenza e sentì la mia ignoranza e la mia bocca che si chiudeva a dare bacetti e le dita della mia mano che si ricongiungevano come a toccar soldi e uscivano dall’inferriata come testa di struzzo in cerca di sue attenzioni. Lo stronzo continuava a guardarmi, ed era bellissimo. Tutto quel che è bello quasi quasi è stronzo, oppure capita solo coi gatti e colle donne di cui mi sono infatuato? Comunque rimasi lì ancora un po’. Continuammo a guardarci per un minuto buono e lo odiai e lo amai. Gli scattai una foto; avrei almeno potuto rivederlo più in là e lui che non ne sapeva e non ne capiva nulla di fotografia non poteva farci niente. L’avrei avuto sempre vicino e sempre lontano. Era stato immortalato nella sua supponenza, col petto in fuori e lo sguardo amorevole da stronzo. Forse rideva, o era un ghigno, o quella paralisi. Avrei detto che rideva, sembrava proprio ridesse di me. Di sicuro rideva di me. Poi mi staccai da lui, mi allontanai dalla ringhiera, mi immersi nella strada, risalii la salita d’asfalto, ridiscesi la discesa d’asfalto e camminai ancora e ancora fino a casa.
(Ispirato dal vero, qui la foto)
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4 thoughts on “Il gatto col rictus

    1. Grazie Chiara, è una delle poche volte in cui son soddisfatto anch’io di come si siano tra loro incastrate le parole. :)
      Piuttosto amo i gatti e la loro felinità, e mi stimolano sempre tanti bei pensieri; forse ci rivedo in tutti la mia vecchia gattina Tigre :)

      Mi piace

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