Le mareggiate

Ricordo di certi giorni passati a non dormire ascoltando il mare così vicino che urlava la sua rabbia lacerando la spiaggia per metri e metri, in lunghezza e profondità. Mi piaceva ascoltare, mi rasserenava e quella stessa mareggiata valeva più dei sonni profondi per l’umore e per il fisico. Sentivo che quel turbinare, quel graffiare, quel ringhiare avevano qualcosa da dirmi, un messaggio che ancora fatico a decifrare, tuttora che mi ritrovo a pensarci. La brezza fresca di settembre accompagnava leggera l’impeto delle onde. Queste corrodevano la costa partendo piccine piccine da lontano nello stretto, e poi crescevano grasse per insinuarsi tra due promontori rocciosi, tra scogli dai nomi mitici: il dente del Diavolo; lo scoglio di Ulisse; la pietra di nostra donna (o di nostra nonna o della Madonna; mai capito per bene).
L’acqua spumeggiava e logorava le rocce spingendo i pesci chissà dove. Nel profondo del mare polipi stelle marine e cozze si tenevano strette. Le acque vorticavano rabbiose strappando alghe conchiglie e ricci dal suolo sabbioso. Una lunghissima scia di rifiuti schiumeggiava giallognola come cresta di un’onda immensa e parti di essa si staccavano con lentezza raggiungendo oscillando la riva e poi oltre. Sembrava piovesse, ma erano schizzi che orizzontali sbattevano contro le finestre blindate sul quale una volta ci finì la mia testa, nel gioco dell’acchiapparello, inseguito da una ragazzina: quattro punti in fronte. Altri quattro, ancora inseguito da una ragazzina, qualche anno prima, segnarono il mio sopracciglio sinistro per sempre. Queste ragazzine che t’inseguivano erano così pericolose… Poi dopo anni cominciai a inseguirle io, e fu peggio. Che vita spericolata…

Stavo nel mio letto e pensavo a queste cose. Cullato, caddi forse in trance, in catalessi. Tutto era così bello, pareva che Poseidone mi avesse cacciato via nel Paradiso con un colpo di tridente… Si fece giorno presto. Fuori era fresco umido invitante. Il cielo prepotente aveva scacciato via tutte le nuvole, ospitava soltanto la luce del sole che timido sorgeva dietro la grande rocca sulla quale secoli fa vi costruirono un imponente castello vedetta.
Memore di altre mareggiate vissute così scesi in fretta le scale di legno che cigolavano sotto i miei piedi, fui subito in strada: qualche macchina parcheggiata, attraversai e corsi nella spiaggia umida. Bagnai i piedi lungo la battigia che cambiò visibilmente la sua conformazione. Laddove prima v’era pietrisco ora vi si trovava sabbia fine fine e viceversa a capriccio della natura. Ero il primo a lasciare le impronte sulla sabbia quella mattina o così mi parse, finché l’acqua non li cancellò e mi chiesi quante altre impronte fossero state rimosse via prima delle mie. Infatti, proprio davanti a me, notai delle impronte di gabbiano e ne vidi qualcuno volare raso al suolo più in là e punzecchiare qualcosa in mezzo a conglomerati di robaccia: quel che il mare aveva infinitamente risospinto nelle ore precedenti. Ricordai delle mie ricerche di oggetti strani e fossili e di tutto quel che attraeva i miei occhi curiosi il giorno dopo le tempeste. A piedi nudi m’incamminai lungo la costa, lungo la scia di alghe, ricci, cozze, tappi, bottiglie, ferri arrugginiti, plastiche varie, cartoni e altre schifezze. Una volta trovai persino cinquemila lire, stranamente intatte. Le ripiegai accuratamente nei bermuda e le feci asciugare stese sul balcone controllando non volassero. Quel giorno riempii le tasche di conchiglie, stelle marine e qualche pietra simpatica. Le tasche però non bastarono e non fu difficile trovare lungo quella scia anche una busta; piena a metà.
Percorsi la spiaggia, lunga quasi un chilometro, avanti e indietro, con questa busta che pareva fossi uscito da un supermarket in fondo al mar. D’un tratto non so come, minuscolo, nero, ancora si muoveva, un cavalluccio marino, poggiato su una pietra. Era la mia prima volta. Non immaginavo esistessero davvero; li immaginavo come creature preistoriche vedute soltanto in TV in onda su Quark. Eppure eccolo lì. Lo presi in mano e la sua coda si arricciò solleticandomi il palmo. Lo guardai con stupore, quasi lo amai. Si lo amai. Il mio tesoro. Mi girai intorno proteggendolo da altri spiaggianti anch’essi curiosi che vagavano dispersi come superstiti. E poi tornai a casa che era quasi l’ora di pranzo. Svuotai sul tavolo la busta. La mamma s’incazzò. Non le dissi niente del mio tesoro seppure la voglia fosse tanta. La voglia di dire era sempre tanta e non dicevo mai niente. Buttai la voglia di dire assieme alle pietre e le più comuni conchiglie. Ciò che serbai per me ancora resiste al tempo.
Del mio tesoro non ne feci parola con nessuno fino ad oggi.
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2 thoughts on “Le mareggiate

  1. Sono stata anch’io,” travolta” tante volte dal rumore del mare
    M’ incamminavo all’ alba, per sentirlo in solitudine più vicino a me
    Non ho mai trovato soldi ma solo serenità e piccole conchiglie
    E il Tuo Tesoro, lo conserverei per sempre, come Tu hai fatto
    Hai delicatezza d’animo e la passione dello scrittore
    Buona domenica, Ale
    Gina

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    1. Penso che ascoltare il mare come osservare la natura ci forgi più di altri ricordi e altri tesori che bene o male ispirano le nostre azioni e il nostro scrivere.
      Osservare e ascoltare sono strumenti della passione.
      Buona domenica a te e grazie di cuore

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