Attendere

Asciutto dopo la doccia, vestito e subito accaldato. Il quarto caffè della giornata. Le mani tremano con tutta la tazzina e faticano ad arrivare diritte alle labbra. C’è un’aria che sa d’attesa e un’attesa che non sa di niente. Impaziente. Si lava i denti, le gengive deboli s’arrossano, sputa sangue e schiuma bianca. Risciacqua. Lancia una gomma da masticare in bocca e ai primi morsi gli si attacca ai denti; il sapore di menta con sforzo arriva a coprire gli altri. Tre spruzzi di profumo al collo; un altro spruzzo sul polso sinistro che strofina su quello destro. Un uomo in manette. Gli ultimi accorgimenti: capelli all’indietro, l’orologio stretto al polso, un braccialetto d’oro che fatica a chiudersi. I minuti passano. Il cellulare non squilla. Vago gira per casa senza saper che fare. Accende la radio e tutto quello che suona frequenza dopo frequenza, sembra non andargli bene. Impaziente. La spegne. Chiude tutto, serra le tapparelle. Quattro mandate al portone. Scende in strada, aspetta lì. Il tempo scorre lento e sembra eternità. Una brezza scorre lenta per la via. Alla fine della strada ogni rumore di macchina che sta per girare la curva sembra il rumore della macchina sua. Non è lei. Passano altre macchine. Seduto sul muretto guarda uccelli che volano a caso senza meta e fronde d’alberi ubriache di vento; gli andrebbero due tiri di sigaretta. Si frena, vuol tenere un buon odore di sé. Il cellulare in mano senza un vero motivo: scorrono a capriccio slide di nessun interesse. Lo rimette in tasca e lo riprende e così tre o quattro volte. Stufo sbuffa in modo rumoroso, quasi a volersi far sentire con proposito da qualcuno affacciato a un balcone o a una finestra. Nessuno lo sente, senza dubbio. Sta solo. Pensa e ripensa a quella frase che avrebbe voluto dire a qualche suo amico ogni qualvolta lo lasciavano là solo ad aspettare; quella frase di Benni che diceva «La vita di un puntuale è un inferno di solitudini immeritate». Pensa anche che con tutto il tempo che ha impiegato ad aspettare avrebbe potuto costruirsi un’altra vita. Pensa che tutto sommato le cose non cambiano e vuoi o non vuoi ci si ritrova di nuovo e sempre lì ad aspettare. Amici, ragazze. Pensa che pensare può far passare prima il tempo, ma a un’occhiata all’orologio i minuti di ritardo sono solo cinque. Possibile? Sospira. Sta in ansia. «Quando cazzo arriva?». Dieci minuti. Undici. Eccola. La sua testa dietro al vetro sul quale scorrono piano le nuvole comincia a intravedersi. Sempre bella. Frena, ferma l’auto. Apre lo sportello. «È da molto che sei qui?» «No no, son giusto sceso ora…». La guarda: un bel vestitino blu a fiori, una cintura marrone stretta alla vita. La mano sinistra al voltante, l’altra sul cambio. Le sorride. Le schiocca un bacio fragoroso sulla guancia. Mette in moto e via…
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