Lui, il faro e il cielo

Guardava il faro di giorno seduto con le ginocchia al petto strette dalle braccia, finché non gli faceva male il culo. E poi si alzava e camminava con le scarpe sulla spiaggia piena di sassi. Era come sentire cracker sbriciolarsi sotto di sé. Sfuggiva di tanto in tanto alla marea che saliva leccando sempre più la battigia e poi ritirandosi, come lingua salata in bocca. I gabbiani si facevano i cazzi loro. Erano i giorni del cielo sereno costante e del caldo scirocco che saliva dal sud. Era primavera e già si preparava l’estate. Il sole calava sulle montagne più in là, non troppo vicine, non troppo lontane. Si allontanava il faro che da grande diventava piccolo, gli dava le spalle, finché non incontrò grandi scogli che si buttavano in mare e lo bloccavano a metà. Non aveva voglia di scavalcarli, di percorrerli, sapeva cosa c’era oltre: altra solitudine. Allora si rigirava quasi sempre, quasi ogni giorno, e il faro piano piano ritornava alto sopra di lui, in un silenzio religioso, sembrava un minareto.
Guardava il faro anche di sera, in piedi, lo sguardo fisso oltre. Stringeva una pietra nella mano che di tanto in tanto rilanciava, ogni giorno più lontano per poi ricaricare. Quel giorno non superò il lancio precedente. Ci provò e riprovò e sempre con più rabbia. La spalla indolenzita, il braccio che pareva volesse staccarsi. La pietra schiumava un po’ di bianco nel nero del mare, scendeva lenta nelle profondità, nell’acqua si muoveva come piuma. Si arrese, si sedette. Vide la solita terra all’orizzonte illuminata da cordoni di luce che parevano costellazioni di stelle gialle. Ogni tanto se ne vedeva qualcuna verde e qualcun’altra rossa. Una nave passava lenta togliendo stelle alla costa, si muoveva come ombra. Il faro compieva i suoi giri nel buio, lanciava segnali luminosi, si lamentava del suo lavoro, sempre girare e girare su se stesso. Ogni mattina andava a dormire col mal di testa. Si sdraiò, non il faro che stava sempre dritto, si sdraiò lui, sulle pietre fredde che spingevano come manici sulla schiena. Non stava mica comodo, ma era questione di abitudine e presto si abituò. Il cielo era enorme. Il faro al pari era niente. Lui al pari era niente. Il faro nella sua abitudine aveva perso contro il cielo che era immenso. Lui impotente aveva perso ripetendosi ogni giorno.
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4 thoughts on “Lui, il faro e il cielo

  1. Negli anni passati solevo desiderare essere Faro. Per la mia famiglia, per i miei amici e pure per me stessa. Volevo essere come quel faro in questo racconto. Essere alto, punto di riferimento, indispensabile nelle vite delle persone amate, così come lo è il faro per la navigazione. Poi, ho capito che non si può essere Faro per tutti; che Faro non si nasce, si diventa. Sono gli altri che ti prendono a riferimento, che hanno cura del tuo parere e delle tue parole, che ” il Faro perdeva contro il cielo immenso” come hai scritto tu. Ho iniziato ad essere Faro soltanto per me stessa, ad avere cura delle mie parole e di quello che volevo essere. Essere chi si vuole, però, necessita della dinamicità, dell’esperienza, degli esperimenti e il Faro è statico, immobile. Come puoi intuire, le due cose non possono combaciare. Allora sono giunta alla conclusione che l’unica cosa che dobbiamo fare è essere il meglio di noi stessi, questo è l’unico modo per non perdere. L’unico modo per scavalcare gli scogli, per non fare avanti e indietro sulla spiaggia piena di sassi e per non farsi male il culo stando seduti troppo a lungo. Questo, credo, sia l’unico modo per salvarci.

    Ma so per certo che tu ti salvi con le tue parole, nere sul bianco.

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