Il braccialetto

Ricordo le cosce accavallate e lucide, di quella pelle perfetta, di quella donna nera che da lontano sembrava perfetta, sul suo stretto sgabello, e la chitarra che le copriva l’intimità e suonava cose mai sentite. Un uomo alto alto, nero pure lui, stava seduto scomodo su qualcosa che potevano essere cuscini o un pezzo di tronco molto basso, suonava ogni tipo di percussione a ritmi e velocità che mi riportavano alla mente i guerrieri Masai, ed io dei Masai sapevo davvero poco e niente, e non so perché allora… Erano tamburi di guerra e di pace fatta, tamburi che suonavano la morte o la vita, l’unione o la separazione. I suoi occhi erano così bianchi o forse la pelle così scura che il contrasto allontanava lo sguardo. Era più che musica, era esser trasportati per magia nei propri pensieri più strani, più puri e impuri, era droga che scorreva. La donna poi fece una cosa insolita, o così pareva a me, tuttavia naturale: preso dagli strumenti com’ero, ha socchiuso le labbra, ha aperto la bocca: uno scudo ovale; e per qualche secondo tutto era sospeso. L’ho cercata ruotando gli occhi nelle orbite, per non farmi notare, per non fare rumore, immobile, silenzioso. Pareva mi guardasse, pare sempre così quando si desidera un certo sguardo addosso, come gli occhi di quelle donne o uomini ritratti nei quadri che sembrano seguirti sempre ovunque. Magari mi guardava pure, mi piace immaginare che sì. Mi piaceva immaginarla a letto. Ci ho fatto i pensieri più sconci e poi… Ha aperto la bocca e… Mi ha travolto di lance, mi ha squarciato il cuore, ero in trans, e lei cantava, cantava l’Africa, cantava l’Europa, cantava se stessa, ma cantava anche me, cantava ogni cosa, il sesso e l’amore. M’immaginavo ancora a letto con lei, a carezzarle il corpo con le mie mani piccole e frementi a insinuarmi tra le sue cosce lucide e vive. Volevo aprirgli le gambe come si stava aprendo lenta la sua bocca. Volevo fluire come fluiva la musica racchiusa in quel suo fiato caldo: il delta di un fiume che fuoriusciva come il Nilo dall’Egitto. Bevevo il mio vino rosso e le gocce di sudore scendevano già asciutte. Brividi. Lei cantava come avesse avuto davanti un pubblico da concerto, e invece per casualità eravamo pochi gli eletti fortunati. Ogni tanto mi distraevo con il vino e con qualche chiacchiera. Non mi è mai piaciuto far notare le mie emozioni alla gente, ancor più agli amici. Così fingevo, ci provavo e tenevo tutto dentro, e le lanciavo occhiate cariche di desiderio e poi ritornavo al tavolo. Sentivo il suo sguardo addosso e so che non era vero, so che non era possibile, e mi sono poi arreso, già prima di provarci. Mi arrendo spesso già prima di provarci. Subivo e raccoglievo tutto come spugna. Il vino finiva nei nostri bicchieri e giù a riempirli per un’ultima volta. Un’ultima volta come lo era per me in quella città, in quel locale. Un’ultima volta che spero non lo sia. Gli ultimi giorni prima di partire, di ritornare. La voglia di salutare le persone care a modo mio. Offrendo il mio affetto nascosto nei soldi. E poi le note si son spente. Lei era ancora lì su un divanetto a bere e mangiucchiare e quel piccolo sogno si è spento, ma ne cominciavano altri. Lei era già ricordo, tutto stava assumendo la forma del ricordo. Ero di poche parole, non ero capace di addii e arrivederci, volevo semplicemente stare e farmi sentire. Li guardavo tutti, i miei amici, con occhi pieni di gratitudine e lacrime che non volevo fare uscire. Allora mi sono alzato d’improvviso per pagare il conto e che non si azzardasse nessun altro. Era tutto a posto e siamo usciti, ma sentivo il polso più leggero. Mancava il mio braccialetto. L’ho cercato sul tavolo e sotto al tavolo tra i divanetti e nelle sedie. Lo cercavano pure loro. Lo descrissi al cameriere che appuntò il mio numero su un pezzo di tovaglia di carta, così pulendo casomai l’avesse trovato, avrebbe potuto chiamarmi. Non mi chiamò nessuno. Il braccialetto perso. Ho corso e ripercorso tutto il tragitto di andata, nelle strade, di notte fino alla macchina, dentro la macchina, sotto i sedili, nei tappetini, ovunque mi è stato possibile, nessun braccialetto. Ci tenevo così tanto che mai pensavo potessi tenerci così tanto per un bracciale di cui poco conoscevo le origini, ma che mi stava perfetto.
La mattina dopo ci ripensavo e ci ho ripensato altre volte e ci ripenso tuttora.  Dove poteva essere il braccialetto? Mi chiedevo: possibile che la lavatrice quel giorno s’è inceppata e non ha più funzionato per colpa di un braccialetto che s’è incastrato nel cestello o in qualche ingranaggio interno? Possibile che… Gli ultimi giorni prima di partire mentre spolveravo mentre facevo qualsiasi cosa ho cercato in tutti i luoghi della casa. Un giorno ho pure allagato la cucina per cercare di riavviare la lavatrice. Giù a pulire il filtro, giù a riempire e svuotare secchi. Nessun braccialetto. La lavatrice rotta. Gli ultimi giorni ho lavato i vestiti a mano, ho svuotato la stanza, l’ho pulita ed era certamente meglio di come la trovai, odorava di tutte le candele bruciate, di detersivo alla lavanda, di vestiti asciugati al sole. L’ultimo giorno c’erano solo le valige stracariche e da nessuna parte l’ombra del braccialetto. Me ne sarei andato senza di lui. L’avrei lasciato lì in pegno. Era d’oro, mi era stato regalato al battesimo e mi entrava giusto giusto. C’era il mio nome ricamato su, sopra una piastrina, inciso con precisione, ma leggermente. Il mio lungo nome in corsivo mi ricordava stranamente chi ero. Ero sperduto, affiorava in me un’idea. Lasciavo quel braccialetto lì, chissà dove, per ripagare quanto quella città m’aveva dato, di quante ricchezze mi aveva riempito. Lasciavo quel braccialetto lì e magari un giorno ritornato l’avrei ritrovato. Lo lasciavo come avrei lasciato lì e ai miei amici parte di me; e con me portavo parte di loro e parte di quella magnifica città. Dovevo partire, inevitabile. Era sabato, c’era sole e traffico. Trovare parcheggio, davvero difficile… Gli amici mi hanno accompagnato. Gli amici mi hanno sostenuto. Gli amici stavano lì a due passi dai binari dal treno in partenza. Gli amici mi hanno abbracciato. Gli amici mi hanno regalato un libro. Gli amici mi hanno visto andare. Gli amici sempre più distanti. La città sempre più distante. L’ultima cosa che ho riconosciuto era quel parco su cui mi son più volte sdraiato, con gli archi degli acquedotti spezzati, crollati: il segno di una grande civiltà… Poi il solito noioso panorama. Tutto si allontanava. Ma loro rimanevano miei amici, la città rimaneva la mia seconda città, e il braccialetto, beh, il braccialetto mi aspettava e al diavolo tutto il resto.
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5 thoughts on “Il braccialetto

  1. L’avrà tenuto in pegno lei, la donna nera dalle cosce lucide che magari davvero guardava te e che con i suoi occhi e la sua musica ti ha ammaliato. Magari quell’attimo d’amore non l’hai immaginato, mentre il tempo s’è fermato. E il braccialetto è rimasto lì, fra le lenzuola. Poi il tempo è ritornato a scorrere, con il vino e noi, ignari di tutto. Magari ;)

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    1. Eh, c’hai più fantasia di me se ti ci metti. Magari è stato così, magari no. Chi lo sa, ma il braccialetto ancora là sta. Bisogna tornare a riprenderselo. Ciao Anto :))

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  2. L’ha ribloggato su Arch'ivioe ha commentato:
    Al primo piano, nella sala tv, c’era una piccola libreria in legno.
    Durante i primi tempi ci guardavo spesso dopo cena, per distrarmi, per tirare tardi e riuscire ad arrivare almeno alle nove.
    Avevo trovato una copia di Demian di Hermann Hesse, era un’edizione limitata con la copertina verde. Mi ero messa a leggere le prime righe.
    Poi me l’ero portata in camera.
    Per me, Demian, che fino a quel momento era stato solo uno strano nickname da blogger, diventava anche un romanzo tenuto sul comodino per tre mesi.
    Per quei tre mesi.
    Non so se questa storia sia inventata, vissuta o copiata.
    So che ci sono frasi scritte nello stesso modo in cui avrei dovuto e voluto scrivere io.
    So che anche il mio inseparabile braccialetto di Istanbul, una domenica mattina si è perso nella terra rossa del Malawi.
    Mi ci hai fatto venire una nostalgia terribile.

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