La finestra

Chinata, con i gomiti poggiati su un largo davanzale di marmo, si stagliava la silhouette di una donna e ne sagomava l’aria; era inquadrata in un buco nel muro, una cornice chiamata finestra. La schiena faceva angolo acuto con le gambe. I morbidi polpacci. Il sedere tondo e sodo proteso attirava a sé tutta la luce della stanza, chiusa in penombra. Capelli bruni le scendevano disordinati sulle strette spalle. Un unico vestito celeste slavato la copriva disegnandole addosso il corpo nudo. Poggiata al muro, alla sua destra, quasi nascosta vi era una sedia e sopra di essa un quadro scuro, indecifrabile. Il suo sguardo pur non vedendolo sembrava essere puntato lontano nel crepuscolo. Le distanti montagne blu grigie accoglievano il sole calante e spandevano dalle creste riflessi d’oro e rame sull’acqua piatta. Le ombre degli ulivi si allungavano gareggiando tra loro. Il bianco grezzo delle case circondate d’erbe selvatiche ora era un bianco livido, tra l’azzurro e il rosso. I gabbiani volavano a dormire sugli scogli. La donna osservava ogni cosa e dava la sensazione che volesse spingersi fuori, gettarsi giù, raggiungere la spiaggia e correre, magari nuotare. Era solo desiderio, ed era inverno. Il mare freddo. Il mare da cui s’aspettava qualcosa. O forse era da lei che si aspettava qualcosa? Rifletteva e il silenzio di quel panorama naturale rendeva l’atto migliore, più concreto. Una nave carica di container si muoveva lenta subendo gli sguardi di quei molti che s’affacciavano alle finestre, in quel piccolo paese marino. Un brivido le salì sulla pelle, divenne voglia e bisogno. Il brivido catturò i neuroni e li legò in pensiero. Il pensiero arrivava da lontano, nel rombare di un motore. Una barca s’avvicinava a riva. Rientrava il pescatore tuffando i piedi sulla riva bassa. Una dopo l’altra sistemava in fila come binari le palanche unte di grasso animale. La barca vi scorse sopra finché non raggiunse l’orlo della spiaggia che quasi si congiungeva con la strada sterrata. L’uomo armeggiò fissando lo scafo a terra e traendo dal suo ventre due pesanti secchi. Gli occhi attenti della donna seguivano ogni movimento, notò persino le vene ingrossarsi dalle mani callose ai possenti bicipiti. Brivido. Notò i suoi occhi stanchi che brillarono appena si accorse d’essere osservato. Altro brivido. Ripercorsero la strada di casa, lui con gli occhi addosso di lei. Adesso solo la porta chiusa li divideva e li sospendeva per qualche attimo. Stava ancora alla finestra quando bussò. Si prese dei secondi per risistemarsi, per portare a termine quella lunga riflessione cominciata ore prima, quando il sole era ancora alto sulle montagne. Ferma davanti alla porta, una mano sulla maniglia, l’altra a far scorrere dietro l’orecchio i capelli ribelli. Era pronta. L’aprì. L’amore puzzava di pesce. Puzzava assai.
(ispirato da un quadro di Dalí e da M.)
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