Lo spaghetto

C’era stata un giorno la guerra, una guerra sua personale, dalla quale ne era uscito digiuno, mentre la vita attorno a lui era un rigoglio. Stava digiuno da giorni. Sembrava che quel fiorire di tutto fosse per lui un fiorire velenoso, che al solo ingurgitarlo dentro potesse dapprima atrofizzarlo e poi farlo lentamente morire incompleto e scontento. Si muoveva assieme al tempo, che solamente per lui scorreva lento, ma lungo, tra le macerie e tutto quanto di nuovo cresceva. Cercava e cercava come un operaio affamato dopo secoli di lavoro in miniera cerca un piatto di spaghetti al sugo, sognandolo con le papille, strofinando la lingua sui baffi sporchi di terra. S’era persino messo a tavola come quell’operaio baffuto, sempre lui, in attesa di una donna portatrice di doni. Il tovagliolo a bavetta. La forchetta in mano. Ognuno a un tavolo proprio, avevano cominciato finalmente a mangiare. Il primo spaghetto, l’inizio dell’apoteosi arrotolata sull’acciaio inox diciotto/dieci. Il secondo, il terzo, il quarto, fino alla fine. La fine di lui; che invece gli fu cacciato il piatto davanti dopo quel primo spaghetto. Così pensava fosse l’amore lui, l’assaggio di un affamato. Invece l’amore era ripulirsi quel piatto col pane.
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