Uscita lato destro

Eccola lì, trascinare quasi i piedi e riversarsi nella metro. Cappotto grigio, lanoso. La borsa a proteggere il ventre. La mano sinistra a proteggere la borsa, l’altra che afferra un freddo palo d’acciaio, toccato e ritoccato, impugnato da mille altre mani, pulite, sporche, alla fine sempre sporche. Nella calca vedo solo vestiti, tanti vestiti, il suo volto mi è ancora nascosto, e già qualcosa mi attrae. Piovono capelli rossi, sulle spalle, come gli spaghetti dentro l’acqua bollente e un cappello di lana grigio scivola dentro alla borsa, e per magia diventa un libro, per magia esce un libro. Vedo la ragazza. Occhiali spessi, montatura nera. Occhi verdi. I capelli rossi, che vale la pena ripetersi. Vedo il libro: Fahrenheit 451, Ray Bradbury; rosso pure quello. Quanto rosso nella mia vita. Ci penso. Poi alzo lo sguardo verso lei, che io tengo sempre lo sguardo giù di solito, ma quando lo alzo, beh, quando lo alzo ci affondo dentro ogni cosa. Tra ascelle e teste, corpi che oscillano e si scontrano, corpi puzzolenti o che profumano troppo; le brusche frenate dell’autista che ci si chiede quali ostacoli possa mai incontrare un autista di metro in un percorso già tracciato e senza ostacoli; dicevo, tra tutto questo, quel suo sguardo intelligente, che mi ha messo in imbarazzo, che ho portato i miei occhi a terra. È tutto una fiamma adesso. Il caldo dei corpi, l’aria che manca, un po’ di rabbia, il libro rosso, i pompieri che bruciano libri, i rossi capelli, i fuochi dentro, i fuochi nei nostri occhi, distanti. Sono rapito. Un’altra sbirciatina. Lei sa e legge. Chi legge spesso sa. Lo sai che in mezzo a tutta questa gente qualcuno ne approfitta per spiarti, mentre tu concentrata non puoi guardare altro che il libro. Lo sai che quel qualcuno adesso sono io. Lo sai, e come per pensare a qualcosa appena letta, con la scusa alzi il mento, guardi verso il tetto che non dice niente, ma nel mentre, ci incontriamo di nuovo, distanti, separati da carne, tanta carne. Mi prendo di coraggio, senza pudore, osservo e osservo, c’è solo lei. Le sue labbra sottili afferrano parole dalle pagine, annuiscono silenziose. Ancora linee rette tra i nostri occhi, che trapassano ogni cosa, e ci siamo capiti e mai raggiunti. Mi sono innamorato per tredici fermate. «… Uscita lato destro». Son dovuto scendere; lei no. Mi son portato dietro la sua immagine, come un santino nello scomparto di un logoro e sovraccarico portafoglio. Prego per rivederla. Scale mobili. Aria. Acqua.
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6 thoughts on “Uscita lato destro

  1. Vien da pensare che sia quasi un peccato che chi ispira non sappia, che queste parole e questi pensieri debbano necessariamente tornare al mittente. Vien da pensare, ma orfane non sono. E allora il grazie alla musa che le ha ispirate, ignara come ogni musa, non è poi così triste.

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    1. Di sicuro delle orecchie, vien da pensare, fischieranno. Che poi vien anche da pensare che a metter per iscritto le parole aperte al pubblico, a qualcuno possano arrivare, magari alla rossa o a tutte le muse e i musi che ne hanno bisogno.

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  2. Che poi chissà se io ho mai ispirato qualcuno. Forse no, certamente meno di quanto lei ha ispirato te.
    Mi piace guardare le persone in metro, mi piace guardare le persone che leggono in metro. Mi piace guardare i loro sorrisi mentre leggono parole dolci, mi piace guardare quelli che trattengono a stento una risata, mi piace soprattutto guardare chi si commuove leggendo, fregandosene di essere in metro, fregandosene delle persone attorno.

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    1. Ma tutti ispiriamo qualcosa a qualcuno, e poi in metro è inevitabile che prima o poi qualcuno ci si soffermi su di te, su di me, su chiunque. Ad ognuno i suoi occhi speciali. Non essere perciò così certa :)

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  3. ricordo una sensazione simile, ma per strada, camminando. passarsi di fianco e girarsi, camminando all’indietro, per guardarsi e sorridere ancora un po’. riconoscersi. sono cose che svettano, nella moltitudine delle possibilità.
    non bisognerebbe mai lasciarle passare, mannaggia.

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