Alba

Quel prendere e lasciare erano come una luce intermittente: pause lunghe di tenebra e attimi fuggenti d’abbaglio. Non si stancava di lei. Viaggiava un po’ inquieto come un forestiero nella notte, illuminato da insegne al neon tremolanti e quel ronzio di gas che bruciava. Un’orma dietro l’altra. Se n’era andato da quella penombra cittadina per entrare in un buio di campagna dove l’unico riferimento era il firmamento. Non sapeva bene cosa stava inseguendo ma lo faceva impaurito seguendo l’istinto. Un cane segugio. L’odore di lei, le sue aspre parole che gli risuonavano lontane in fondo alla mente, quel contatto speciale che ha tatuato l’invisibile sulla pelle, lavata e rilavata. Adesso correva sbuffando aria calda, la segale alta sino alle ginocchia, lasciandosela dietro di se pestata assieme a migliaia di formiche e animaletti vari, come un grande incidente autostradale. La pista portava a est, e il cielo timido s’imporporava proprio d’innanzi a lui. Era la strada giusta, quella che dopo averlo sfinito lo portava a un sole che sorgeva dietro la collina più alta. Lì si stagliava la sagoma di lei annerita da quel giallo accecante, in piedi ad attenderlo, ad attendere l’alba di quell’amore.
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