Lo chiamano carnevale

Inquietanti spettri s’aggirano per le strade ormai zuppe di pioggia, abbandonati al loro destino etereo. Sospirano e cospirano contro quei corpi mascherati, rifugiati dentro al locale notturno; stretti l’un l’altro, sbronzi ed accaldati. Corpi carnosi, agghindati d’orpelli. Corpi senz’anima, finti! Ballano, cantano, mangiano, bevono. Ognuno porta un segno caratteristico, nel volto, nel vestiario. Dame, cowboy, arlecchini, pulcinelli, presidenti del consiglio; ad ognuno secondo la sua fantasia. Dal tetto scendono a formare archi, coloratissimi festoni, e di tanto in tanto piovono stelle filanti e nevicano coriandoli. A ridosso del muro, una tavolata ricca di dolci velati, mielosi, cioccolatosi. E poi fiumi di alcol. L’ultimo invitato, un uomo/donna, è appena entrato… Là fuori – mentre la porta sta per chiudersi, portando con se i residui di quella calda luce interna, e il baccano di musica e vociare – le anime di quei corpi, vagano tristi. Prendono il volo verso l’oscuro iperuranio, certe di non ritornare più laddove prima erano ospitate. Accade così ogni anno. Lo chiamano carnevale…
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