Rosso speranza

D’un tratto in una stanza buia, lascio che i sensi si affinino. Cammino lentamente strisciando i piedi, cercando di non alterare i rumori esterni. Il vento ulula e lontani echi di clacson suonano nel traffico, chissà dove. Presto mi raggiunge l’odore stantio di libri da parecchio abbandonati e mi avvolge. Mi muovo con fatica, barcollando, come fossi drogato e cercando tentoni un muro dove potermi appoggiare. Invece le gambe cedono, e capitombolo sul pavimento, sporco, pieno di polvere. Ho l’asma. Lacrime di impotenza scendono lungo le gote. Sono finito. Sarei finito. Ma, passi felpati, morbidi, si avvicinano. Ho il fiato sul collo. Mi stanno cingendo due esili braccia pronte a rimettermi in piedi. Una mano sfiorando il naso e passando dietro la nuca scioglie il nodo della benda, in caduta verso terra. Abituato alla semioscurità di un vecchio archivio, rimango ammaliato da quegli occhi. Perso ma anche rinvigorito da quello sguardo. Lei, mi prende per mano e mi trascina lungo delle scale verso la salvezza. Mi libera dai rapitori portandomi verso l’aria aperta, nel pulviscolo irradiato dal sole, sotto ad una quercia, su un prato verdissimo, comodo. Siamo sdraiati, lei accanto a me a curare le ferite, con dolcezza e delicatezza uniche. Vedo il suo volto passarmi davanti, a metter ombra a tutto il resto, e poi le sue labbra posarsi sulle mie in un’esplosione d’arterie.
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