Il sonno

L’abbraccio è un gesto virtuale
il parlare uno scrivere pieno d’equivoci
quando cominci i silenzi si sentono di più
un nome pronunciato che non è il tuo
ti annulla in un mutismo senza respiro
la notte la luce gialla filtra nella stanza
il buio, se non è cielo, disorienta
hai preso l’abitudine a stringerti
col lenzuolo attorno al collo
preghi, non sai a chi
preghi a tutti indistintamente
la voce galleggia timida e spezzata
anche quando sei solo, nessuna certezza
il sonno è un vaso pieno di speranze
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E invece

Una signora per bene
molto altezzosa
ti squadra ogni centimetro di corpo
È una di quelle giornate
ormai sempre più
che non ti senti ad agio nudo
o nei vestiti sbagliati che indossi
Pensi a te
mentre la ascolti parlare
lo fa per molto, parla
con la cadenza molle
ben bilanciata, ben costruita
il portamento da modella
prima del giro di boa
il petto che le sale e scende
occhi scuri, capelli da ragazzo
Parla tutta piena di carattere
con spigoli e morbidezze
che tu mentre fai il tuo
vorresti fare altro
stupirla con un eccesso
trovare un senso al disagio
cercare un equilibrio
tornare sulla terra
farle una carezza sulla mano
che impugna una penna
Vorresti sorprenderla
col tuo sguardo d’inchiostro
l’eros che esala dalla pelle
le labbra socchiuse sospese
come l’annuncio di un bacio
l’accento snob a farle il verso
Le dici “sì sì infatti certo”
e invece c’hai voglia di scoparla

Una storia deforme

Il cuore è deforme
tanta e mostruosa l’intimità
da dimenticare che sei donna
hai del trucco da toglierti
ogni sera prima d’andare a letto
e certi tuoi movimenti e gesti
pur se li accetto, non li capisco
come quando ti nascondi e schivi
Io che ti ho visto mille volte
mi storco tutto e faccio bah
vicini, ma di schiena, penso a
come mi sei sempre piaciuta
in tutte le tue versioni
ora sfatta come dici
fatta come sei da sempre
alla luce al buio adesso
È solo un sogno a vivo
quest’amore deforme
non posso che pensarci ora
che dormi per conto tuo
ti alzi da sola lontana e vicina
le mie mani certe su di te
se tu fossi qui o io fossi lì
o fossimo assieme là

Buio

Pure di giorno a volte è buio
c’è un silenzio che non accetti
la pioggia non è rumore oltre la finestra
è acqua che scivola sul volto
mentre cammini pesante su te stesso
le scarpe sull’asfalto di cartavetrata
Alla gente non piaci così tanto,
nessuno si gira a guardarti
quando passi oltre e li guardi
nelle loro schiene strafottenti
dirette nell’immonda abitudine
Ti accorgi che sei l’unico
con gli occhi aperti
anche se tutto è sfocato
se la tua vita, la tua vista
la tua testa, lo sono
e a che serve guardare
se nessuno ti guarda?
Il buio della notte è migliore:
a volte riesci a guardarti

Hitchcock

È panico maniglione antipatico,
non ti apri dentro questo loculo
di mattoni e fratture scomposte
come le tue mura millenarie
che reggono chi a bloccarmi
chi a proteggermi dal vento,
dalla demenza e dall’insania,
non faccio che ricadere
dalle scale che risalgo,
vivo in bianco e nero
nei ricordi felici, ora tristi,
come in Vertigo salgo e scendo, 
fermo e fremo, ho le vertigini,
soffro l’altezza della torre chiusa.
Il tempo passa, tu non ci sei
a scorgermi, sorreggermi,
farmi oltrepassare il ricordo
che voglio intatto, non maceria,
ma fuori dal mio corpo,
una bandiera a segnare
il percorso che continua.
Il primo d’ottobre io so dov’ero
e le mura non sono macerie.
Vieni qui a spingermi!

Come un libro scritto

Sono ricco
come un libro di Balzac
che fossi in lui avrei già scritto,
le mie frasi sono fatte a maglia
sono la lana grezza che punge
trama di dislessiche emozioni
con assenze e interpunzioni
prosodia di alti e bassi
quel che nascondo
mangiando parole
mutando la bocca
è qualcosa di più bello
di quel libro che sono
un libro scritto
che non ho scritto