Sul campo

Su un prato bruciato son stato,
ho urlato: assenza, carenza,
impotenza. L’erba gialla e nera
e qualche rigoglio appena apparso,
subito arso nel cielo denso
di cenere e incenso, come una lugubre
messa, un carro funebre, processione
di fiammelle ormai domate, spente.
Son stato a guardare morirmi
attorno, morire infondo, inerme,
sfiancato, sfiatato, pregando acqua
e pregando aria, quasi soffocando,
emergendo assieme dal nulla,
nel nulla. Non vedevo più
i morti bruciati volati nel vento,
cenere e nutrimento per future
colline brulle di croci nascoste,
domande e non risposte.
Speranze nate da storie
dimenticate

Non è una brutta cosa?

Non è brutta come cosa che siam quasi costretti a pensarci quando prima senza i social non ci saremmo pensati così facilmente? Vedendo penso. “Mi pensi?” “Sì che ti penso”. Ti vedo ovunque sui social. Pure che non volessi pensarti ti penso. Smettiamola di vedere, di pensare. Non era meglio pensarsi allora quando gli stimoli venivano solo da dentro?

Non parlo

Non parlo io, è la tristezza
Che parla ogni lingua
Che non crolla come fu per la torre
La si capisce ovunque
Lo sguardo è universale
Non finge come le parole
Non ha incomprensioni
Non c’è silenzio che contenga
Né buio che nasconda
Nell’aria l’alone, come la luce spenta
Fremito d’elettricità
Freddo torpore
Non parlo

Dove

Stento, i passi affondano
nel silenzio un non lo so
alle domande di sempre
impotente, la paura, le lacrime
incerto sforzo e non saper
gestire i “mi manchi” e tu
dove, sei distante, dove
il tempo, il luogo, lo spreco
senza aria, ogni ora, suicidi
dove il resto abbandona e io no
dove lui mente e io no

Sembrava

Sembrava, sembrava sempre quello che non era.
Tutto quello che sembra, non è mai così com’è.
Sembravi, parevi, la donna dalle mille facce,
che girano sulla testa come una ruota capricciosa,
ed ebbi la sfortuna di rivolgermi a te, a quel tuo volto
di calamita e calamità. Eri impossibile e non l’ho capito,
lo eri in tutte le tue facce, ma quella che vidi allora,
quella che vidi allora, mi rapì nella sua dolce accoglienza,
nel suo pallido candore, nel suo timido sorriso socchiuso,
nella sagacia segreta nascosta dietro agli occhi
verdi e grigi come un fitto bosco di betulle. Eri impossibile
e nulla mi fermò dal perdermi e disperdermi quel giorno
come un sogno, dentro il tuo umido bosco speziato,
di scoiattoli fantasma e dai mille funghi velenosi.
Avrei potuto viverti per sempre, drogato e calmo,
col cuore sospeso in aria che pulsava luminose fosforescenze
rifrante lontano di corteccia in corteccia.
Avrei voluto viverti, avrei dovuto viverti così,
senza batter ciglio. Sembravo potercela fare.
Tutto quel che sembra, non è come sembra.
Chiudendo per estrema necessità le palpebre stanche,
mi ritrovai nel folto di uno scuro bosco,
avevi un altro volto.

Come il vento

C’è come una forza strana nel vento,
una spinta propulsiva, umiliante,
un dolore di onda contro scoglio
o di onda che si propaga sulla spiaggia,
nel piacere dell’attesa che volti
dopo l’ennesimo contrasto a tuo favore;
e sei come il vento a volte tu
che il più delle volte ti opponi
alla mia voglia d’incontro
e più che muovermi in avanti
arretro con passi pesanti di statua.
Incosciente, senza dignità,
perpetro e cerco di penetrarti
di aprire un varco come se dentro
vi fossero tutte le possibilità
di muoversi ovunque seguendoti.
So che son scemo, lo so,
conosco quell’attimo in cui
gli alberi si torcono,
le onde si fermano, le foglie vorticano,
il sole pare pane caldo e una breccia si apre
come un portale su un nuovo mondo
fatto di luce e placenta.
So cosa significhi scivolarti dentro,
nutrirti e nutrirsi, legarsi assieme
viaggiare agli stessi nodi…
Non fare che il vento finisca.