Questa faccia

c’è questa faccia che la gente
ha la voglia di parlarle
questi occhi curiosi
che dicono prego
e non sempre prego
sembro nudo
ma il nudo è abito
se inizio non so smettere
guardo i volti e a volte
me ne innamoro
sfumano effimeri
di fermata in fermata
mi prendo qualche libertà
quando non conosco restrizioni
sull’autobus pieno di carcarazze
leggere dà nausea
la musica è in contrasto
entrano i controllori
con smania controllano
escono sconfitti
guardo intensamente sempre
vorrei persino parlare
so quel che dire
poi lo dimentico
non dico guardo
frenetico disperato
non c’è amore del vivere
senza disperazione di vivere
diceva Camus
sono lì lì per
sono in ritardo
sempre in ritardo
su tutto
ho voglia di amare
ma amo dopo
mi sento morire di fame
di desiderio dentro
e fremo e tremo
e trattengo
amo quando sono solo
credo di capire
non capisco
ho paura del grande
ho una grande fame

Oceanauta

Vorrei scandagliarti
oceanauta del mare
rosso profondo
Osservare
da dietro la gabbia
i mostri marini
difesa e assillo
Studiare i più piccoli pensieri
e i minimi dettagli
pesci maculati e striati
che mangiano pesciolini d’argento
che mangiano plancton
che si muovono frenetici
nel tuo cuore abissale
tra alghe vischiose
tra spugne e coralli
Distrazioni
di colori attenuati
di rumori attutiti
Dove l’albore fatica
vorrei trovare risposte
e comprensione
Nella profonda fossa
trovare la luce
nuotando al buio con te

Tante cose

Le cose cambiano e perlopiù non ci si può far niente
Sono troppe le cose, sono tante, molte più di quante
riusciamo ad affrontare, a pensare, in una volta
o una a una; e lo stesso con le persone, con i legami
Tutto quel che può sembrare forte è anche debole
Tutto ciò che è indissolubile si dissolve senza che
si possa fare niente, o facendo poco, di fronte al molto,
di fronte all’ingestibile carico, al sovraccarico, al ripetersi
senza fine delle cose da ogni prospettiva: dare il proprio,
dire il proprio, fare ogni cosa si possa. Una selezione
da conscia a inconscia, le scelte fatte senza pensarle,
senza volerle davvero, giusto per fare, giusto per
dimostrare. La flessibilità scambiata per immediato;
il silenzio dimenticato; la frenesia presa per impegno
Non esistono più le piccole vite quando il piccolo è bene
Sembriamo tutti destinati al grande quando il grande,
alle volte, altro non è che una grandissima perdita

Provare

Una piccola vastità di nozioni,
di parole, di ferite e sensazioni
s’intrecciano in apparente disordine
Le cose che so sono tante
Non è per presunzione
Riconosco la realtà, a volte
la leggo bene, ci provo
I sensi non si sa ancora quanti sono
Credo di possederli tutti e tutti
sviluppati, attivi, pronti a squillare
come sensori di frequenza
di vicinanza, di lontananza;
sono un cumulo di puntigliosi allarmi
Percepisco, assimilo, imparo e continuo
a non sapere, a non saper dire
e non è questo il problema,
non è quante cose abbia toccato
sentito visto annusato gustato
ma quante non riesca a spiegarne
Che mi manchi freddezza o
mi manchi un caldo distacco,
è più facile fare, se ne avessi
da fare. Provare, bisogna provare,
per fare buone scelte bisogna provare

Sono un uomo impopolare

Sono un uomo impopolare
Sono anche un po’ polare
Attiro a volte, respingo spesso
Non sono io, è la fisica inconscia
Non è colpa mia se appaio come sono
Forse è colpa mia se appaio come non sono
Il mondo è un grave molto greve
Qui dove sto, un anno sembrano dieci
Ho visto molto, quasi tutto, e tutto
È lo stesso di sempre, un vacuo passato
Un mondo poco gravido molto grave
Il freddo c’è ma non lo sento
Il mio corpo si contrae, si contraddice
È pieno di moltitudini come i pensieri di Walt
Sulle ginocchia dal peso schiacciato
C’è uno specchio di lago ghiacciato
M’incanto a guardare me che
S’incanta a guardare me
Un Narciso che non può affogare
Ma sbattere col muso
Qui non muoio, mi ferisco
Mi sento crescere dentro
Tutte le colpe che non ho
Mi sento pieno di gente
Che son stato e non ho incontrato
Sono un uomo impopolare
Magari non mi han visto

Bianco

Ho del bianco addosso
del bianco un po’ in testa
della polvere che si riversa
qualcosa di offuscato
indefinito, impreciso
che non si sa spiegare
un fatto appena apparso
incapace di dire nell’immediato
nell’eco di una stanza semivuota
nel tonfo del rumore sul cellophane
mentre mi rigiro su me stesso
distaccato dal pavimento
oltre il mondo concreto
mi sento come se non c’entro

Al porto

Guardavo una foto non mia:
l’attesa in un porto, il mare piombo,
lontana la vera città, i rumori spenti,
la nave che non arrivava, tutto fermo.
Da quant’è che non vivo? ho pensato.
Mi son visto nel fumo sciolto nel cielo grigio.
Una volta vivevo; mi lamentavo, sì,
sempre di cose diverse. Una volta…
Stimoli pochi, ma adesso niente.
Ricordo che il mare cambiava colore ogni giorno
e l’aria aveva ogni giorno un sapore nuovo,
ero grato al mondo e in certi istanti
ci stavo comodo, non sempre e ora non più.
Del freddo non mi fregava niente e ora lo soffro.
Così era e qui, ora, è sempre lo stesso.
Finché camminavo coi sensi attivi,
osservando, non spiando, cautamente, con discrezione,
timido come so essere quando non scrivo,
finché provavo e spendevo, per quanto mi lagnassi,
le cose da qualche parte andavano,
le cose bene e male andavano.
Spinte dal vento, trascinate dal mare,
bruciate dal sole, le cose andavano.
Dove andavano, non so dove andavano,
ma sono andate e forse lontane da me
continuano ad andare…
Andare e non stare fermi
dicono tutti sia la soluzione.
L’importante è riempire le attese.
Attendevo allora come attendo adesso.
L’importante è riempire i vuoti.
Ora li copro soltanto.