Ti protendo

tenacia ai silenziosi dinieghi
silenzi che non sono rifiuti
sono cecità, sono il non visto
sonno della ragione
inutilità di questo vano agire
cosciente di questo errore
che non siamo di nessuno
e neppure lo saremo
che non esiste il possedere
non esistono i posseduti
quando vive il sentimento
io non sarò tuo, tu non sarai mia
noi non saremo nostri
saremo il bel nulla noi
ed io protendo invano

Chissà

tu col cappellino rosso stinto
puzzone ubriacone mi chiedo chi sei
che cosa fai con quegli stessi vestiti bucati
cos’è il tuo odore di alcol e sudore
che permane e mi ricopre di notti tristi
di notti sole passate chissà dove
di bottiglie vuote abbandonate infrante
dov’è che vivi dov’è che dormi
dispiace dover fare lo schifiltoso
trattenere il fiato, non vorrei davvero
lo nascondo, ma puzzi da morire
davvero, puzzi da morire, com’è
essere rifiutati? non rispondere lo so
chissà come puzzo io per te
chissà come ti puzza la vita

Ti capita mai?

Ti capita mai di soffrire di fronte alla bellezza
di fronte a quella bellezza che non puoi avere
come fosse protetta da un vetro spesso un canale
di vedere un sorriso disteso magnifico solare
che riflette tra le fronde degli alberi
sugli specchietti retrovisori delle auto parcheggiate a spiga
che riflette sulle creste delle onde del mare
e riflette in ogni forma solida e liquida
ovunque ti accieca il volto pieno di lacrime calde
che scendono incoscienti nell’improvvisa vergogna
ti capita mai di vedere la bellezza e di soffrirne
di non saperla spiegare, di non saperla rendere,
di non poterla riprodurre, fotografarla, condividerla
come vorresti, con chi vorresti, con le lacrime agli occhi
che cadono come foglie piene di resina e si attaccano
al fondo dei tuoi pensieri passo dopo passo nel tuo
cervello malato, sul tuo cuore aperto a ciò che non c’è
ti capita mai l’impotenza della bellezza?

Sogno marino

Facciamolo questo sogno marino
diamo adito alle liquide impellenze
lasciamo che siano i nostri corpi solidi
a sbattere contro l’un l’altro
come onda che schiaffa lo scoglio
come scoglio che si fa schiaffare
come sale del mare che prude
sulla pelle leccata, bagnata
da una bocca piena di plancton
lasciamo i respiri per altro
la lingua per altro, le labbra per altro
tutta la bocca per altro, per altro altrove
per altro ovunque, per tutto il tuo corpo
abbondante come isola duttile come acqua
parole non servono gemiti e urla semmai
rombi di cavalloni in tempesta, grida
di sirene eccitate nella nebbia dei nostri sudori
vortici e mulinelli, risucchi e mani mostruose
tentacoli che trattengono ovunque
ventose sulle curve e le pieghe
sulle punte e le crepe di nera roccia lavica
lasciami nel sogno essere un mostro
vivo e iperattivo, duro e non cattivo
duro assai, da durare tanto, da trafiggerti e
fiondarmi sottomarino nella fossa, nel tuo abisso
salti e sussulti, scrosci e dirupi, tonfi attutiti
scontri e ritorni affondi risospinti a galla
nel mare che si disperde, nel mare dopo la furia
nel cielo sereno che guarda e si specchia
blu nel blu, dove il dare dà di più
Facciamo questo sogno reale
lasciamoci andare

Se scivolasse…

Se scivolasse una goccia di gelato
gelato al pistacchio lungo la maglia
della cialda fino alla punta conica
e poi lenta cadesse nell’aria
soffusa del primo pomeriggio
calda sopra un prato sfocato
lo sfondo sospeso e tutto immobile
i respiri bloccati e la goccia
se cadesse lenta seguendola
con gli occhi l’unica cosa vitale
assieme al cuore palpitante
di desiderio fino alla tua coscia
sarei costretto a seguirla
fino alla tua coscia
e non perderla la goccia, la tua coscia
con la lingua sulla pelle
la pelle fredda d’arancia
se solo accadesse
con la lingua farei di te
un dolce di Sicilia

La vecchina

le auto che passano la mattina
quando è giorno di festa
sulla via in riva al mare
fanno un suono trascinato
che ben s’accorda
al rumore dell’onda
alla fermata del bus
solo io e una vecchietta
scoperti sotto al primo sole
già caldo e senza vento
scrivo con la giacca in braccio
piegata su se stessa
la vecchina fa imbrogli
in una busta rossa riciclata
e di tanto in tanto si gira
lenta guardinga sospettosa
come a conservarsi la vita
in quella busta appresso a sé
la fisso, fisso il bus che arriva
la guardo e mi sento buono
signora si fidi, son buono
non vede come mi vedo?
non vede che son buono?
la sua vita non la voglio,
son curioso certo, ma
non voglio la sua busta
signora il bus arriva
la porta s’apre
s’aggrappi a me
non stringa forte le maniglie
le vedo le nocche bianche
son buono le dico
son buono mi creda
ecco s’aggrappi
così signora
che bello il suo sorriso signora
anche se va a sedersi in fondo
anche se mi seggo all’opposto
che bello il suo sorriso da lontano signora
io lei, l’autista in gabbia
il bus che corre senza soste
tranne l’ultima per me
che scendo ed è ancora festa
e silenzio e polvere
e solo la guardo fluire
ma che bello il suo sorriso da lontano
signora

Da te proprio no

«da te non me l’aspettavo»
la frase che lacera
sangue dei sensi di colpa
la carne nuda esposta
all’aria si scusa
sgorgano lacrime
fermo il tempo nel dolore
quando rimarginerà
saremo forti assieme
nel bene dell’essersi accolti
ancora e ancora e ancora
stupidi e pieni d’errori
ed ora nel vivo patire
nel pieno sconforto
ti voglio aspettare