Demian

Io ero un parto della natura lanciato verso l'ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla, lasciare che si sviluppasse dal profondo, obbedire al mio destino e far mia la sua volontà, questo era il mio compito.

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Dura la notte.

È bello alzarsi presto. Vorrebbe farlo più spesso. Sveglio da stanotte, insonne a tutte le ore. Il letto duro, il cuscino duro, dure le lancette suonanti di un orologio più in là disperso nel buio. Grigia l’alba è entrata nella stanza da qualche spiraglio di una tapparella chiusa male, di fretta. Tutto il tempo a pensare a un futuro incerto, distorto, disastroso. Alla cena indigesta o alla troppa stanchezza. Alla voglia di scrivere e di fare, per piacere e per dovere. Finalmente in piedi, perché di dormire, non ce n’era traccia, già da ieri. Giù dal letto. Una tazzina bella piena di caffè tiepido, resto del passato. Una sigaretta rollata male, la prima che abbia mai rollato, scroccata al coinquilino beato sotto le coperte; troppo carica, dritta nei polmoni; ha insozzato i suoi baffi. Passeggia sul balcone, guardando i pedoni passare, gente che ha qualcosa da fare, diretta chissà dove, chissà perché. Manda giù latte freddo di frigorifero, così gli piace berlo, in un bicchiere di vetro; lo tranquillizza. Non sa cosa aspettarsi da questa mattina plumbea, però è convinto di una cosa, che qualcosa farà. Ha più forze adesso, ha più sogni adesso, di qualsiasi giornata in cui avrebbe dormito la notte.   

Convivenza.

La chimica dissolvenza dei profumi
che ritornano
senza farsi dimenticare
nell’aria
un tempo
colma di te.
In quel pavimento
anche lui abituato
al peso del tuo corpo
e al calco dei tuoi piedi.
Ombre lasciate sulle pareti,
firma del tuo passaggio,
caparra di un uomo che
tornerà a riprendersi
e tornerà a ridarsi.
Ovunque impronte.
Ovunque corpi che son stati,
moltiplicati,
in stanze consumate.
Sempre il tuo ricordo,
che non è un ricordo.
Sei ancora vivo
e lontano;
che non è lontano,
è vicino.
Solo…
ma con loro.

Soltanto solo.

Quel matto e impetuoso desiderio. La voglia di concretezza. Una moltitudine di possibilità. L’uomo bloccato nei suoi egoismi taciuti, dalle sue prudenze eccessive. Un uomo cieco, disperato e solo. Solo dentro. Solo che pensa di esserlo solo lui. Riconosce il bello, ma quel bello non sempre sa decifrarlo. Perde occasioni che si accorge solo dopo d’averle perse. Quegli sguardi che dovevano andare fino in fondo, c’era scritto, se lo sentiva, e poi così non è stato. Il coraggio che è mancato e forse mancherà. Accenni timidi di saluti. Donne che aspettano una mossa, e che poi fredde, insoddisfatte, si allontanano, mostrando pur sempre la loro seducente femminilità. Strusciamenti sui mezzi. Passeggiate fianco a fianco. Lacrime inesplose, su bulbi oculari, come colli minati. Testa alta verso il cielo. Testa bassa: solo grigio.

Lui comunque vive.

Mondo animale!

No, non ce l’ho con i cani; e qualcuno di loro m’ha pure morso, ma che si sfoghino pure su di me, innocuo e comprensivo. Non ce l’ho neanche con i gatti che delle volte mi umiliano, nonostante li chiami e li voglia sempre accarezzare. Neanche con tutti gli animali più o meno schivi. Tutti loro hanno le proprie naturali ragioni. Pensandoci non ce l’ho neppure con le zanzare, che poverine devono mangiare, e se il mio sangue è dolce, è solo un vanto, vuol dire che il cuore è l’essenza dello zucchero. Infine non ce l’ho neanche con gli uomini, volutamente buoni, volutamente cattivi. Gli uomini che sono volutamente tutto. So che siamo fatti per respingerci e cercarci, uomini e animali. Che poi è la stessa cosa. Siamo nati per evitarci e non più incontrarci, o ritrovarci sempre diversi. Siamo leggi di attrazione e repulsione; solitudini che s’incontrano e fanno un gran casino. Per questo amo incondizionatamente, o meglio ci provo. Per questo mi vien difficile avercela con qualcuno sennonché con me stesso. Forse prendo coscienza che la solitudine è come l’orbita che gira e si ritrova all’ombra del mondo per poi completare il giro e ritrovarsi splendente tra il sole e la terra. Forse comincio ad accettare questa condizione, attendendo in movimento.

Voglio neve!

L’ho vista scendere. Stavo dietro ad una finestra chiusa da un vetro e protetta da sbarre verniciate di verde, oblique. Diagonali di ferro che obbligavano il mio isolamento, come quello di decine di altri bambini, lontani dai propri familiari. Io stavo seduto per terra in mezzo a dadi alfabetici e pupazzi colorati, illuminato da una luce cupa che rendeva tutto più giallo. Sembrava fosse il vento di scirocco a dare quella tonalità al mondo, eppure eravamo in inverno, dicembre mi sembra. Strano e improbabile in mezzo a quel gelo. Mi sono alzato senza neanche comprendere che i miei muscoli erano tiepide leve, da seduto che ero, ero in piedi. Sapevo bene dov’era il portale che mi avrebbe collegato al mondo esterno, quello che vedevo da lontano. Un mondo parallelo e opposto, che sapeva di libertà. Solo una maniglia mi ci separava, un’alta maniglia. Ma anche da bambini, o forse soprattutto da bambini, quando il desiderio è forte ci si ingegna sempre, e allora fu breve il tempo che impiegai per spostare un piccolo sgabellino di plastica, rosso, sotto la porta. Ero fermo, la mano attaccata a quella maniglia, come la lingua unita ad un cubetto di ghiaccio. Un secondo, due, e la porta aperta. Un forte vento scosse la stanza, spaventò le maestre ma io corsi fuori urlando di gioia contro il cielo. Vedevo scendere la neve, così poi mi dissero che si chiamava. Io però vedevo scendere piccole farfalline bianche e li vedevo smaterializzarsi poco prima di toccare le piastrelle del cortile. Ricordo che li anticipavo con le mani e con la lingua sentendole sciogliersi su di me. Lacrimavo dal freddo e soprattutto dalla gioia. Ero viola, ma dentro rosso di emozione. Contentissimo… e poi fui strappato dal vento, che poi vento non era, era la maestra che mi riportò dentro!

Un libro chiamato Mostro.

Il foglio solcato di bianco su bianco, mentre invisibili lettere d’ombra prendevano vita come piccoli fantasmi. Per la penna poteva finire tutto lì, arresa alla fine, dopo aver riempito pagine e pagine di inchiostro; come sangue che irrora in un reticolo di vene e da vita al corpo. Quel racconto stava per prendere vita, e mancava soltanto poco all’ultimo punto, alla parola fine, che poi era un inizio. July serrava forte tra le dita quell’esile tubicino di plastica e con forza scarabocchiava sul foglio senza che l’inchiostro fluisse come prima. Se quello era un segno, un avvertimento, ella non lo capiva. Ostinata le provava tutte pur di gettare le ultime parole. Strofinava forte la penna tra i palmi delle mani, e niente. Alitava la punta dorata, e ancora nulla. Si stava quasi per arrendere. Giusto un ultimo gesto, una zeta di Zorro. E poi l’emorragia, sul foglio ferito. Adesso i pensieri sgorgavano a terminare la storia di un mostro, mentre fuori un velo nero si stendeva sul cielo. Soddisfatta July ordinava i fogli uno sopra l’altro, il suo primo libro prendeva forma concreta…
E presto, mentre ella dormiva, il libro prese anche vita. Una vita strana. Nato dal desiderio di vendetta nei confronti dell’autrice che l’aveva trasformato con le parole in qualcosa di osceno, illeggibile ai molti. Così ebbe la compiacenza di ribellarsi a July e a se stesso. La volontà accresceva i suoi arti, dal blocco di carta emergevano quattro appendici e un enorme ghigno si ritagliava al centro, con denti aguzzi e storti. Stava appoggiandosi alla lampada per scoprire un equilibrio e camminare sui suoi piedi, i suoi primi passi su quelle gambe apparentemente fragili. Non gli ci volle molto ad abituarsi, così percorse la scrivania, saltò sulla sedia e si diresse in cucina, sapeva già cosa fare. Tutto era scritto in lui, una collezione di idee folli. Guardava il cassetto con bramosia, ingegnandosi per arrivare lassù. Era molto facile, le maniglie dei cassetti si succedevano come scalini distanziati tra loro, che con un po’ di fatica si potevano salire e poi scendere. Col coltello in mano, sbilanciato in avanti si dirigeva in fretta e furia verso la camera da letto.
July dormiva compiaciuta, ed egli la scrutava con odio attraverso la luce lunare filtrata dalle tapparelle abbassate a metà. Un cuore nero gli batteva in petto, ansimava e sudava inchiostro. Troppo doloroso vivere ancora. Deciso si spingeva oltre due pantofole gettate a casaccio verso il comodino di fianco al letto. Saliva su, sempre più vicino al volto di lei. Sapeva già che lì, accanto al pacco di Marlboro e quei grandi occhiali neri, avrebbe trovato un accendino. Zip zip, una fiammella. Poi l’incredibile. Il mostro si diede fuoco, sembrava una grande torcia. Col coltello in mano saltava verso il cuore di lei, squallida creatrice. La lama d’acciaio come uno specchio raddoppiava le fiamme e poi affondava, ed affondava. Pelle che moriva, carta che bruciava. Sangue e cenere. Nessuno più sapeva.

La paura di scontrare.

Saettava la macchina, e non ne voleva sapere di fermarsi. Un sorpasso dopo l’altro. Senza frecce, senza regole. Un tizio stava seduto dietro, poco fiducioso dell’autista e degli autisti. Pensava sempre al peggio, mentre la sua mano stringeva con forza la maniglia posta sul tettuccio. Ad ogni sorpasso immaginava uno scontro frontale, ma alla fine le macchine rientravano sempre in carreggiata; soltanto all’ultimo momento. Si vedeva giù in un burrone, dentro a un’auto al cartoccio, quasi morto. E ciò non lo preoccupava tantissimo. La cosa che più lo turbava era perdere le sue valigie, piene di libri. Quei libri potevano farsi male. Cavolo! Potevano prendere fuoco, diventare brandelli presi dal vento e portati via. Quella era la vera vita che poteva mancargli, il suo vero respiro. A quel punto poteva davvero morire. Così sedeva dietro in uno stato d’agitazione e frenesia, grondante di sudore, e due occhi epilettici che si guardavano dappertutto. L’ingresso in corsia di altre auto lo preoccupava ancor di più di un sorpasso. Era così difficile fidarsi delle persone alla guida, quando lui trasportava dietro quel grande tesoro cartaceo. E poi, proseguendo, le gallerie poco illuminate che nella sua mente assomigliavano a dei tubi che via via andavano riempiendosi e otturandosi. Macchine schiacciate. L’aria che non passava più. Un grande fuoco. Tanto, tantissimo grigio fumo. Invece, la corsa continuava verso la luce. Un’altra ora sulla strada. I muscoli in tensione. E al tramonto la bella notizia. Motori spenti. L’arrivo a casa. La valigia al sicuro, ferma in veranda, sotto le prime stelle. I sogni potevano brillare.

Che viveva d’acqua e immaginazione.

Che in fondo, sotto un sole che sbriciola la roccia, migliaia di ciottoli rotolano lungo la scarpata e si tuffano nel baratro. Qualcuno ne rimane sulla strada, dietro il tornante, dando un tocco di novità all’asfalto grigio e caliginoso. C’è un disperato che barcollante cammina lungo la banchina e di tanto in tanto s’appoggia al guard rail, gettando lo sguardo vuoto lungo il precipizio. Avanza lentamente. La pelle secca, disidratato, cerca la vita, ed invece pare che trovi la morte. Sfinito scivola su un ciottolo e cade oltre il dirupo, ruzzolando a valle ostacolato da piante grasse e spinose. Non lo trovarono più quel vecchio, e nessuno seppe cosa gli accadde. Ma lui non morì, no, non morì. Viveva oltre la porta varcata dopo aver perso i sensi. Viveva in un mondo fatto d’acqua, in una casa fatta d’acqua. Una cucina fatta d’acqua, un tavolo d’acqua, un piatto d’acqua. Pensava acqua, e quando pensava bolle d’ossigeno andavano a formare nuvolette che galleggiavano in quel piccolo mare, spinte da correnti, verso una donna fatta d’acqua. Ai fornelli quella donna fatta d’acqua mescolava acqua, e con un mestolo d’acqua riversava l’acqua in uno scolaacqua e poi in quel piatto fatto d’acqua. Al vecchio acquoso, veniva l’acquolina in bocca. Poco dopo mangiava acqua. Aveva tutta l’acqua che voleva. In giardino coltivava alberi d’acqua, cocomeri d’acqua, patate d’acqua. Campi di grano d’acqua si muovevano assieme alla corrente… Quel vecchio fatto d’acqua viveva, ma era cieco, poiché anche il sole era d’acqua. Il vecchio viveva d’acqua e immaginazione.

Mano a mano.

Il suo corpo rotolava nella tromba delle scale, perché distratto e nervoso mise il piede un gradino più sotto e così perse l’equilibrio cadendo per avanti. Si fermò piuttosto presto quel suo corpo, vista la circolarità delle scale, ma la sua testa, purtroppo batté contro la ringhiera; egli perse i sensi. Nei suoi occhi spenti viaggiavano velocissime istantanee non della vita percorsa fino ad allora, ma piuttosto di una vita da lui desiderata. Era proiettato un film in bianco e nero, dove un alone paradisiaco faceva da sfondo ai fotogrammi. Si rivedeva in quella luce bianca sorridente e con in mano, un’altra mano. Era la mano della sua sposa, ed era il suo matrimonio. All’ospedale, un’altra mano nella sua mano, la loro bambina. Nello studio, di notte, mentre moglie e bambina dormivano, lui aveva dato la mano alla sua penna, una semplice biro nera. Nella mano stringeva un altro parto, il suo libro. Un libro fatto di sofferenze, d’un passato di sacrifici e rinunce. Nato dalla solitudine del passato, ora che non era più solo. Lo strinse a se…
L’ambulanza sfrecciava verso l’ospedale quand’ecco che egli si svegliò, come se avesse soltanto dormito, con la testa fasciata ed un male tremendo. Qualcuno col camice bianco gli teneva la mano. Una giovane infermiera gli teneva la mano, e lo guardava con sguardo rassicurante, dentro ai suoi occhi verdi. Qualcosa in lui cambio: e dopo l’incosciente film, e dopo quell’incontro. Con decisione strinse quella mano per non farla scappare. E la storia ci dice che non scappò. Chiese la sua mano, e mano nella mano andarono all’altare…

Esplosioni.

Un silenzio irreale rimaneva sospeso sul mondo, e dentro questo denso etere ci galleggiavano come fossero atomi inconsistenti, persone di ogni luogo, ibernate in quello spazio. Ad ognuno erano state limitate le funzioni vitali ed anche i sensi ormai perdevano le loro funzioni peculiari, ad esclusione della vista, in realtà potenziata. Ceneri grigie e polveri marroni, spinte da caldi venti si confondevano nell’aria. Non si intravedeva il cielo e neanche la terra; e pure il mare era invisibile. Tutto era scomparso e rimaneva soltanto quello strato gassoso che cementificava ogni spazio libero ad una velocità pari quasi a quella della luce. Luce che andava spegnendosi. Tutte conseguenze di esplosioni nucleari. Fusioni del nocciolo che sincronizzate dal destino, scoppiarono nello stesso istante e contaminarono il mondo con flussi di radiazioni costanti. E quando si spensero tutti quei grandi incendi, non rimase che polvere. Nella polvere, prima della morte, ci guardammo negli occhi. Allora, in lacrime, capimmo la stupidità umana, e nulla più potemmo fare per limitare i danni…

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