Demian

Io ero un parto della natura lanciato verso l'ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla, lasciare che si sviluppasse dal profondo, obbedire al mio destino e far mia la sua volontà, questo era il mio compito.

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Un uomo nuovo.

Cantavano i galli nascosti in qualche giardino nascosto all’interno di un palazzo nascosto in città. Sentiva il loro chicchirichì vicino, e se l’erano presa comoda poiché suonavano la sveglia tre ore dopo il solito. Sarà stata colpa dell’afa che stende chiunque al sole e all’ombra, senza differenza alcuna. Erano stesi pure loro, a gambe all’aria, da qualche parte. Lui tornava a casa faticando in salita, grondante di sudore, desideroso di una doccia. Ma era un uomo nuovo, con un taglio nuovo e senza quel po’ di peli che adornavano asimmetricamente il suo volto. Aveva ancora in testa le voci cantilenanti, a volte forti, di uomini adulti e a volte vecchi che dibattevano di soldi e politica, nel salone del barbiere. E lo sapeva lui che era uno dei pochi giovani sfigati che frequenta lì, ci andava da quando era piccino, con i suoi fratelli e suo papà. Gli è sempre piaciuto osservare i casi umani. Gli è sempre piaciuto osservare. Si accorgeva che quegli uomini, gli uomini del barbiere, erano uomini di poca speranza, lamentevoli, o incazzati contro tutto, però erano gentili e offrivano sempre caffè, o dell’altro. C’era sempre qualcuno che andava al bar accanto e portava i caffè. Un caffè, non lo si poteva rifiutare. E chi voleva poi rifiutarlo. Neanche lui lo rifiutò più, superata l’età d’eccitamento spontaneo e costante. E quindi, il prezzo del caffè al bar aumentava. Le tasse pure. Il governo era uno schifo, tutti i politici facevano schifo, e il cambio di governo non sarebbe servito a nulla. Non c’erano più soldi. Così non si poteva più vivere. Uomini vissuti disperati che mica badavano alle sue speranze. Avrebbero infranto tutti i sogni possibili, se non avessero incontrato uno forte come lui, comprensivo, e sorridente. Un tipetto che parlava solo quando era giusto, e quindi parlava poco. Tendeva le orecchie ed ascoltava tutto, indistintamente. Pensieri originali, o storie caricaturali della loro vita o di quella altrui. La radio che gracchiava o mandava in onda canzoni non più di moda che ritornavano in mente e nella stanza come echi. Tormentoni diventati tormenti. Ad oggi nulla era cambiato. Dalla poltrona su cui era seduto, il barbiere gli metteva le mani addosso, e vedeva quel circolo di disperati leggere giornali, fumarsi una sigaretta, litigare e avviare grandi dibattiti. E fuori dalla grande vetrata a parete, un grande passeggio. Doppia carreggiata, e tanti passanti. Tutti buttavano un’occhiata curiosa dentro, fossero in macchina, in motorino o a piedi. E poi la gente si lamentava degli incidenti stradali. Nessuno che le guarda più le strade. Un’auto prende una fossa e sbanda. Un pedone inciampa su una mattonella dissestata del marciapiede e un motorino fa surf sul terriccio rimasto da lavori antichi. Tutto questo sarebbe potuto succedere, ma oggi non era successo niente. Oggi l’unica novità era il suo taglio, fresco e pulito, un taglio comodo. Il barbiere con le forbicione in mano, curava la sua testa come fosse una delle tante siepi perfette dei giardini di Versailles. E zac zac, zic. Rifiniva con la lametta i confini del cuoio capelluto, dando solletico al malcapitato che si tratteneva dal sussultare per evitare tagli netti e fontanelle di sangue. Stava lì, quando il barbiere pronunciò le solite parole: “Ecco fatto!”. Ormai era bello e pronto. Un uomo nuovo.

L’uomo con le branchie.

Era la paura di solcare il mare, unico e grande ostacolo che lo frapponeva tra la prigione e la libertà. E non ci fece caso quando, sulla punta dello scoglio, in preda ai tormenti, fu spinto dal vento, o perse l’equilibrio, lui, che di coraggio non ne aveva. Si ritrovò in acqua, non più vicino ad un appiglio di roccia, ma trasportato lontano da una corrente portentosa, che smise molto presto, lasciandolo galleggiare in una zona piatta di quell’immenso blu. Lui e nient’altro che lui. In preda al panico, in preda ai predatori degli abissi. Lui e la sua grande paura, di fallire, di morire. Alzato un braccio, teso verso un cielo plumbeo, e poi sceso giù a voler schiaffeggiare quel fluido minaccioso. Alzato l’altro, trafitto da un soffio d’aria gelida, di nuovo giù. Uno schiaffo dopo l’altro. Piedi che battevano a pelo d’acqua, sollevando schiuma, e propagando minuscole onde che si dissolvevano qualche metro più in la. La rabbia scemò e la sua nuotata divenne composta, ed anzi carezzevole. Non tagliava più in due il mare, ma ci scivolava sopra come un girino. Chiuse gli occhi, ormai gonfi e rossi dal sale e continuò nella sua impresa verso il nulla, la sua salvezza. Nuotò e nuotò e nuotò. Tanto che i suoi arti divennero pinne, le gambe fuse una nell’altra a formare la coda, e nel petto gli spuntarono da ambo i lati grandi branchie, laddove prima c’erano le costole. I suoi occhi si rimpicciolirono, la bocca si allungò in un muso appuntito da cui, quando aperto, si stagliavano affilatissimi denti. Il cervello sfumò, dimenticando quanto vissuto nella vita terrena. C’era un grande squalo in mare ed aveva trovato la libertà, lui che di libertà più nulla ne sapeva. 

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