Io ero un parto della natura lanciato verso l'ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla, lasciare che si sviluppasse dal profondo, obbedire al mio destino e far mia la sua volontà, questo era il mio compito.
Fiocchi di neve scendono giù come fossero piume al vento, a coprire tutto di una candida e soffice coltre. Un manto bianco a nascondere le buche nell’asfalto, a congelare mozziconi di sigarette, come stalattiti. Cattivi pensieri rarefatti e spazzatura ormai affondata. Sopra di esso un’altra vita, una nuova vita, una bella vita. Alcuni si lanciano palle di neve, rincorrendosi e poi lasciandosi cadere sul morbido letto, col fiatone e le gote arrossate. Bambini si sfidano scaraventandosi dall’alto di dune di neve, fino a scivolare il più lontano possibile. Mi piace vederli con quei sorrisi degni d’esser pubblicizzati. Altri spalano neve con i propri arti ad immaginarsi degli angeli. E poi un esercito di pupazzi prende vita. Le carote vanno a ruba, ed i rametti secchi, finalmente fieri d’essere utili. Dentro le case, i caldi e bei pensieri, scritti sui vetri appannati. Uomini che indossano maglioni di lana ricamati a mano, con motivi di renne e stelle. Lì, attorno ad un tavolo, con le carte in mano e i dolci al centro. Tanta cioccolata. Torroni. Petrali. Donne vestite di rosso, divine. Baci, abbracci e coccole. E poi un pullulare di luci. Dai presepi agli alberi. Un lampeggiare rosso, un lampeggiare blu, un’intermittenza d’emozioni. E il tempo dei regali, fiocchi sfioccati e carte strappate, urla di gioia. Fuori è sera. Esplodono bombette, e rumoreggiano petardi. Qualche fuoco d’artificio illumina il blu del cielo e poi, in alto, più luminosa di ogni cosa, la Stella Cometa.
Nello studio di un piccolo appartamento, seduto su una sedia girevole, di fronte ad un display moderatamente illuminato, ci sta un ragazzo molto pigro, pare in agitazione. Ascolta musica, ma solo con l’orecchio sinistro; quello destro è impegnato a sentire gli altri rumori casalinghi. E mentre muove agilmente le sue mani sulla tastiera, dalla cucina egli ode suoni familiari, suoni che ogni anno gli risuonano allo stesso modo. Il mattarello che tonfa sull’impasto, la rotella che disegna i contorni della pasta e poi graffia il grande tagliere in legno, e poi lo sportello cigolante del forno che si apre, le teglie che strillano a contatto con la griglia di ferro e di nuovo il cigolio dello sportello che si richiude. Di li a poco il profumo di “cudduraci” invaderà la casa, il pianerottolo e tutto il palazzo. E lui inebriato da questo odore, ricorderà tutte le “Pasque” passate assieme alla sua famiglia, attorno allo stesso tavolo, sempre di domenica. E proprio questa domenica, la tradizione si rinnoverà, e dopo pranzo tutti staranno li a spezzare il proprio cuddurace, facendo i complimenti alla mamma per la sua solita fantasia. Papà e mamma spezzeranno un grande cuore, altri spezzeranno un pesce, chi spezzerà una farfalla, chi spezzerà una colomba. E lui infine spezzerà il suo bello e sempre originale trattore, e stavolta riderà come ha già fatto gli altri anni dopo che l’allergia all’uovo passò, e poté cominciare anche lui a mangiare ciò che con le sue mani spezzava. Ed anche questa domenica mangerà felice e soddisfatto il suo bel trattore. Non si stancherà mai di questa antica ma bellissima abitudine. Non si stancherà mai di riunirsi assieme alla sua famiglia, e non si stancherà mai di vedere i sorrisi sul volto dei parenti.