Demian

Io ero un parto della natura lanciato verso l'ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla, lasciare che si sviluppasse dal profondo, obbedire al mio destino e far mia la sua volontà, questo era il mio compito.

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Un cielo goloso.

Era buio quand’egli guardava lontane le nuvole disperdersi nel blu. Vaporose, soffuse di luce stellare. Immagini che si specchiavano in quei suoi occhi lucidi, come due caschi spaziali. Cadeva un cielo dopo l’altro, lungo le sue guance d’avorio. Il solito vizio di leccare quei mondi salati. Niente andava perso, niente sull’asfalto. Entrava in scena una donna. Un’ombra sedutagli accanto. Era la causa delle sue pene, la sua persecuzione, l’inarrivabile lei. Appoggiava la testa sulla sua spalla spigolosa, per guardare meglio gli altri, per illuderlo ancora un po’. Niente andava perso, così beveva. Quanto beveva! Beveva anche il suo delicato profumo, avvolto e travolto, dagli odori d’arrosto. Beveva anche la sua sinuosa voce, sovrastata da fisarmoniche e tamburelli. Beveva la sua ombra immobile, mentre tutti danzavano. Quanto beveva, e quanta sete. Tutto era così salato. Ma passò un minuto o forse un’ora, ed il dolce arrivò. Mielato frastuono, e coriandoli glassati, ed il cielo: una grande torta. Cadeva su di loro zucchero a velo. E in un lampo di luce, un bonbon, due mani si intrecciarono.

Cosa sono adesso?

Cosa sono adesso? Ero un foglio scritto da me. Mano che impugnava la penna e frettolosamente dava concretezza alle idee. Penna che spruzzava inchiostro blu sul bianco a righe. Sono diventato un foglio strappato, un atto di vandalismo nei confronti del quaderno divenuto monco. E come se non bastasse ho infierito su me stesso, su quel foglio; arto cartaceo. Una mano teneva, l’altra strappava. Carta su carta, membra su membra, e ancora strappi. Dita che mi facevano a brandelli; pezzi di un alfabeto sconosciuto. E sotto un cielo lentigginoso, un falò bruciava e mi chiamava a sé. L’ultimo lancio di coriandoli. Una vampata. Bianco, nero, grigio. Fumo e cenere. Ero fumo e nel vento viaggiavo. Ero cenere e nella sabbia mi disperdevo. Lei ora mi respirava. Lei ora mi calpestava. Cosa sono adesso? Sono fumo dentro di lei. Sono cenere sotto di lei. Sono reale davanti a lei, e mi guardo nei suoi occhi. Guardo le fiamme, me che li alimento. Sento il suo respiro, me nel suo respiro, e i nostri cuori crepitare. Uno scoppio forte, un nodo nel legno, due mani che si stringono. Che vampa le sue labbra, che caldo il suo alito, secca la sua lingua. Sotto una pioggia di stelle cadenti, mi sciolgo in un bacio. 

La paura di scontrare.

Saettava la macchina, e non ne voleva sapere di fermarsi. Un sorpasso dopo l’altro. Senza frecce, senza regole. Un tizio stava seduto dietro, poco fiducioso dell’autista e degli autisti. Pensava sempre al peggio, mentre la sua mano stringeva con forza la maniglia posta sul tettuccio. Ad ogni sorpasso immaginava uno scontro frontale, ma alla fine le macchine rientravano sempre in carreggiata; soltanto all’ultimo momento. Si vedeva giù in un burrone, dentro a un’auto al cartoccio, quasi morto. E ciò non lo preoccupava tantissimo. La cosa che più lo turbava era perdere le sue valigie, piene di libri. Quei libri potevano farsi male. Cavolo! Potevano prendere fuoco, diventare brandelli presi dal vento e portati via. Quella era la vera vita che poteva mancargli, il suo vero respiro. A quel punto poteva davvero morire. Così sedeva dietro in uno stato d’agitazione e frenesia, grondante di sudore, e due occhi epilettici che si guardavano dappertutto. L’ingresso in corsia di altre auto lo preoccupava ancor di più di un sorpasso. Era così difficile fidarsi delle persone alla guida, quando lui trasportava dietro quel grande tesoro cartaceo. E poi, proseguendo, le gallerie poco illuminate che nella sua mente assomigliavano a dei tubi che via via andavano riempiendosi e otturandosi. Macchine schiacciate. L’aria che non passava più. Un grande fuoco. Tanto, tantissimo grigio fumo. Invece, la corsa continuava verso la luce. Un’altra ora sulla strada. I muscoli in tensione. E al tramonto la bella notizia. Motori spenti. L’arrivo a casa. La valigia al sicuro, ferma in veranda, sotto le prime stelle. I sogni potevano brillare.

Dov’era il sole?

Era giorno, ma notte. Una mattina buia e surreale, illuminata dalle stelle e da quella grande e bianca luna riflessa su un mare molleggiante, come gelatina. Una bluastra luce soffusa si posava su ogni cosa, dandone un tocco magico. Dov’era il sole? Dov’era la vita? Le strade immerse nel silenzio. Le macchine ai bordi parevano sospese sull’asfalto. I palazzi lanciati verso l’alto. Lui scendeva, prendendosi tutto lo spazio per sé. Camminava al centro della strada e scendeva, verso il mare. Desolato, passo dopo passo, percorreva un cammino incerto. Non sapeva dove andare, ma ci andava. Impensierito ed incantato si ritrovò sulla spiaggia. Tolse le scarpe e mise i piedi a mollo, costeggiando la battigia. Qualcuno lo seguiva, e lui parve accorgersene dagli spifferi che continuamente lo mettevano in guardia. Si fermò con i piedi ormai affossati e ripercorse a ritroso la strada che l’aveva portato lì. Allora vide una luce uscire all’orizzonte, gli veniva incontro. Era estremamente luminosa, ma illuminava esclusivamente se stessa. Il muoversi di quella luce, lo immobilizzò. Danzava sulla sabbia e presto arrivò vicinissimo a lui. Il sole in terra. Ci fu il contatto. Un bacio che avvolse quegli esseri di fiamme. Era un falò che bruciava d’amore.

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