Io ero un parto della natura lanciato verso l'ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla, lasciare che si sviluppasse dal profondo, obbedire al mio destino e far mia la sua volontà, questo era il mio compito.
Vedeva la sua silhouette allontanarsi, stagliarsi contro il sole; il suo corpo muoversi come un’ombra sempre più piccola, nella luce glicine. Se ne andava senza neanche averlo conosciuto. Ed era bella. Questo lo sapeva da quando gli era passata davanti: atletica e bruna come un cavallo, la criniera castana e occhi neri che foravano il mondo intorno. Sdraiato, la guardava slanciata verso il cielo pensando di seguirla, ma senza coraggio. E come poteva lui, che a confronto sembrava un grigio mulo?
Poi trottava bene, agile e ondosa. Quasi s’univa al mare nell’orizzonte turchese. Ormai era distante, non molto più distante di quando gli era vicina. Così s’era persa allo sguardo e non ai suoi pensieri. Che dopotutto, gli sarà per sempre vicina, per quanto distante, se lo vorrà. Lei non sa che per poco ha trottato nel suo cuore, ha lasciato i segni dei suoi zoccoli roventi; e seppur cuore di mulo, era un cuore fatto di speranza e curiosità.
Un giorno, avrà coraggio e non sarà più bestia da soma (come se anche questo non ne richiedesse, di coraggio). Quel giorno getterà i pesi altrui fra la spiaggia e il mare e libero correrà verso lei e il sole, che se non la prenderà, prenderà soltanto il sole, ma se la prenderà, prenderà una stella speciale. Lei.
Come vorrebbero scendere insistenti le lacrime. Spingono dietro alle palpebre, ultimo ostacolo della coscienza. Sognano di scorrere lungo gote di porpora, e poi pendere dal mento verso l’abisso di un pavimento lontano. Rimbalzare una dopo l’altra, l’una sull’altra. Una grande pozza, sempre più grande. Sono lacrime tristi, per questo restano, ritornano in dietro e riprendono nuovamente la forma del ghiaccio. Aspettano però un prossimo fuoco, per sciogliere l’iceberg che sta dietro agli occhi, dentro la testa. E non si tratta dei venti siberiani, delle macchie solari, della distanza tra il sole e la terra. Una testa è fredda per altro. Lacrima dopo lacrima, si fossilizzano in una vasta calotta polare, che lentamente sfida la calotta cranica quasi incapace di contenere tutto… Poi arriva un sole, un caldo sole umano, un sorriso trasfigurato agli occhi. Il contatto di una mano calda sulle tue mani viola. Un bacio sul collo. Senti picchettare tutto. Pic pic. Crac! Caldo che spacca freddo, crepe dalle quali sgorgano piccole gocce. E si riuniscono per scendere come fiumi, non più ostacolate dalle palpebre ma neanche pronte a cadere nell’abisso. Le lacrime di gioia, scendono, e scendono nel maglione di lei, pieno d’odori. Attutite. Assorbite. Accolte pure quelle.
Quel prendere e lasciare erano come una luce intermittente: pause lunghe di tenebra e attimi fuggenti d’abbaglio. Non si stancava di lei. Viaggiava un po’ inquieto come un forestiero nella notte, illuminato da insegne al neon tremolanti e quel ronzio di gas che bruciava. Un’orma dietro l’altra. Se n’era andato da quella penombra cittadina per entrare in un buio di campagna dove l’unico riferimento era il firmamento. Non sapeva bene cosa stava inseguendo ma lo faceva impaurito seguendo l’istinto. Un cane segugio. L’odore di lei, le sue aspre parole che gli risuonavano lontane in fondo alla mente, quel contatto speciale che ha tatuato l’invisibile sulla pelle, lavata e rilavata. Adesso correva sbuffando aria calda, la segale alta sino alle ginocchia, lasciandosela dietro di se pestata assieme a migliaia di formiche e animaletti vari, come un grande incidente autostradale. La pista portava a est, e il cielo timido s’imporporava proprio d’innanzi a lui. Era la strada giusta, quella che dopo averlo sfinito lo portava a un sole che sorgeva dietro la collina più alta. Lì si stagliava la sagoma di lei annerita da quel giallo accecante, in piedi ad attenderlo, ad attendere l’alba di quell’amore.
Ivi attraversai binari d’ebano, Sciolti dalla bionda sfera cocente. Così rimasi d’incanto, dinnanzi Al panorama palesatomi. Sabbia tinta di senape si stendeva, Per orizzonti lontani. Lì, fondeva, col quieto mar. S’apriva all’infinito ed al cielo, Vuoto di tutto.
Discesi il cucuzzolo e mi lanciai In corsa, verso il niente. Eppur mi parve di stanare un corpo Dietro quella morbida duna. Non fu un miraggio, Era realtà, fervida realtà. Ebbi a guardar una venere.
Brillava candida e spargeva Solari raggi, rifranti. Oro per capelli, Cute perlacea. L’occhi, d’un verde spiazzante.
Fluttuava, galleggiava. Una rara farfalla. S’avvicinava a me, volando.
Che in fondo, sotto un sole che sbriciola la roccia, migliaia di ciottoli rotolano lungo la scarpata e si tuffano nel baratro. Qualcuno ne rimane sulla strada, dietro il tornante, dando un tocco di novità all’asfalto grigio e caliginoso. C’è un disperato che barcollante cammina lungo la banchina e di tanto in tanto s’appoggia al guard rail, gettando lo sguardo vuoto lungo il precipizio. Avanza lentamente. La pelle secca, disidratato, cerca la vita, ed invece pare che trovi la morte. Sfinito scivola su un ciottolo e cade oltre il dirupo, ruzzolando a valle ostacolato da piante grasse e spinose. Non lo trovarono più quel vecchio, e nessuno seppe cosa gli accadde. Ma lui non morì, no, non morì. Viveva oltre la porta varcata dopo aver perso i sensi. Viveva in un mondo fatto d’acqua, in una casa fatta d’acqua. Una cucina fatta d’acqua, un tavolo d’acqua, un piatto d’acqua. Pensava acqua, e quando pensava bolle d’ossigeno andavano a formare nuvolette che galleggiavano in quel piccolo mare, spinte da correnti, verso una donna fatta d’acqua. Ai fornelli quella donna fatta d’acqua mescolava acqua, e con un mestolo d’acqua riversava l’acqua in uno scolaacqua e poi in quel piatto fatto d’acqua. Al vecchio acquoso, veniva l’acquolina in bocca. Poco dopo mangiava acqua. Aveva tutta l’acqua che voleva. In giardino coltivava alberi d’acqua, cocomeri d’acqua, patate d’acqua. Campi di grano d’acqua si muovevano assieme alla corrente… Quel vecchio fatto d’acqua viveva, ma era cieco, poiché anche il sole era d’acqua. Il vecchio viveva d’acqua e immaginazione.
Era giorno, ma notte. Una mattina buia e surreale, illuminata dalle stelle e da quella grande e bianca luna riflessa su un mare molleggiante, come gelatina. Una bluastra luce soffusa si posava su ogni cosa, dandone un tocco magico. Dov’era il sole? Dov’era la vita? Le strade immerse nel silenzio. Le macchine ai bordi parevano sospese sull’asfalto. I palazzi lanciati verso l’alto. Lui scendeva, prendendosi tutto lo spazio per sé. Camminava al centro della strada e scendeva, verso il mare. Desolato, passo dopo passo, percorreva un cammino incerto. Non sapeva dove andare, ma ci andava. Impensierito ed incantato si ritrovò sulla spiaggia. Tolse le scarpe e mise i piedi a mollo, costeggiando la battigia. Qualcuno lo seguiva, e lui parve accorgersene dagli spifferi che continuamente lo mettevano in guardia. Si fermò con i piedi ormai affossati e ripercorse a ritroso la strada che l’aveva portato lì. Allora vide una luce uscire all’orizzonte, gli veniva incontro. Era estremamente luminosa, ma illuminava esclusivamente se stessa. Il muoversi di quella luce, lo immobilizzò. Danzava sulla sabbia e presto arrivò vicinissimo a lui. Il sole in terra. Ci fu il contatto. Un bacio che avvolse quegli esseri di fiamme. Era un falò che bruciava d’amore.