Demian

Io ero un parto della natura lanciato verso l'ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla, lasciare che si sviluppasse dal profondo, obbedire al mio destino e far mia la sua volontà, questo era il mio compito.

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Luce e ombra.

Il mare mosso e la pioggia battente. I tuoni che frantumavano. Spume bianche sulle creste delle onde ricamavano quel mare d’acciaio, più scuro di un cielo plumbeo d’inverno. I fulmini crepavano l’atmosfera in squarci di visibile universo. Era luce e poi ombra, e lui sulla spiaggia, da solo, in piedi. La gente era ormai fuggita tutta e spiava dalle finestre chiuse l’impeto della tempesta. Lui, al centro di tutto, subiva con coraggio la rabbia repressa del tempo, atteso da mesi. La faccia lavata su e la grande bocca aperta ad accogliere quelle grandi acide lacrime. Ricordava quand’era piccolo le acque sorridergli di cavalloni e lui dentro quei sorrisi mentre fuori pioveva, mentre la mamma gli urlava incomprensibili parole di paura. Sempre a dire di non provarci più, che il mare in tempesta è pericoloso, che un fulmine vicino dà la scossa, che c’è il rischio d’affogare. Non era mai morto, era ancora lì. Lui e il mare, suo amico. Ricordava perché si sentiva forte di tutti quegli allenamenti fatti in piscina e di quelle gare perse. O di quando era rimasto incastrato su uno scoglio perché attorniato da un’improvvisa ondata di meduse. C’era poi quella volta che si buttò ripetutamente da un altro scoglio alto diciassette metri, dal nome epico, e quell’ultima volta, la tredicesima volta, che in volo in quei brevissimi attimi le gambe gli si divaricarono e la candela divenne un candelabro rovesciato: camminò come una prostituta ferita per una settimana intera. E poi quando rimase a nuotare contro corrente a largo dalla costa, per non farsi trascinare sempre più lontano; una lotta infinita stando sempre fermi, finché la corrente decise di graziarlo e poté tornare senza forze a riva.
Lui e il mare di nuovo, senza paura. A passo deciso verso la riva e poi oltre. Dentro quella culla fresca, piena di vigore e che allo stesso tempo ne dava. E l’agopuntura della pioggia. Il bianco mulinello del cavallone che lo portava giù e poi su, più alto di sempre. Ecco come voleva sentirsi: alto, forte, fresco, vigoroso, pulito, puro. Ecco com’era unito al mare.

Rapita. Rapito.

Un raggio di luce pallida scendeva dall’alto di un tetto crepato, sul volto di lei. Rifrangeva in quegli occhi verde pino, umidi e ramificati di sangue, che poggiavano su degli zigomi alti e scarlatti, rigati da fredde lacrime. Sulla bocca un velo bianco legato dietro la nuca, a scompigliare capelli d’ossidiana, piegati sulle spalle. Proseguiva a dar colore alle braccia nude e paglierine, intrecciate dietro lo schienale della sedia e legate strette da una corda grezza sui polsi irritati. Portava una camicetta porpora sbottonata a metà, e si intravedeva un seno, come una pesca matura che spinge il ramo verso terra. Da una gonna di velluto nero a coprire le ginocchia, si stagliavano aguzzi stinchi d’avorio. I piedi fusi nell’ombra. Ombra che circondava quella figura d’incanto in una stanza senza pareti, come in un quadro di Caravaggio. Solo che un quadro non era, ma un’immagine viva e reale. Donna agognante, che odorava di rose e paura. Vibrava lamenti animali a nessuno.  
Nell’aria ammuffita galleggiava caotico pulviscolo, e da lontano attutiti arrivavano suoni di passi e di un tossicchiare secco. Tum tum tum. Sempre più vicino, sempre più forte. Si aprì un pezzo di buio, un quadro di luce. Dentro una sagoma alta, prendeva sempre più spazio ed allungò il braccio destro verso il muro tastandolo in cerca di un interruttore. Una lampadina impolverata, piovuta dal tetto illuminò la stanza. Lei stropicciò gli occhi, ormai abituati a quella penombra. Faticò a mettere a fuoco, ma poi distinse bene la sagoma. Un uomo alto e possente, in divisa blu. Gli scintillava sul petto il distintivo della polizia, e nei suoi occhi quella luce gialla brillava come il sole in un cielo sereno. In apprensione egli si affrettò verso la ragazza a liberarla da quei lacci. Si ritrovò le sue braccia attorno al collo, ed il petto bagnato. Il braccio consolatorio la cinse a se, e cominciò a piacergli, quell’intimità.

Cera e rimane.

Erano due candele a cui è stato dato fuoco, affiancate sullo stesso piattino, poco distanti l’una dall’altra, ma intoccabili. Il ritorno di fiamma li ha consumate. Si scioglievano lentamente come una vera storia d’amore e di corteggiamento. Si scaldavano, piangevano, sudavano. Emanavano luce propria. Due fiammelle che illuminavano l’ombra delle loro vite, ognuna brillando dell’altra. E poi, sempre più basse parevano rimpicciolirsi e quelle lingue di fuoco spegnersi. Calò il buio, ma lì, nell’oscurità, di una cosa si era certi: erano fuse una nell’altra, cera nello stesso piatto. Non più il guardarsi a distanza, non più l’essere inarrivabili, ma l’unione. Un unico pezzo, unica cera. Non si era soli nelle tenebre.

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