Io ero un parto della natura lanciato verso l'ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla, lasciare che si sviluppasse dal profondo, obbedire al mio destino e far mia la sua volontà, questo era il mio compito.
L’ho vista scendere. Stavo dietro ad una finestra chiusa da un vetro e protetta da sbarre verniciate di verde, oblique. Diagonali di ferro che obbligavano il mio isolamento, come quello di decine di altri bambini, lontani dai propri familiari. Io stavo seduto per terra in mezzo a dadi alfabetici e pupazzi colorati, illuminato da una luce cupa che rendeva tutto più giallo. Sembrava fosse il vento di scirocco a dare quella tonalità al mondo, eppure eravamo in inverno, dicembre mi sembra. Strano e improbabile in mezzo a quel gelo. Mi sono alzato senza neanche comprendere che i miei muscoli erano tiepide leve, da seduto che ero, ero in piedi. Sapevo bene dov’era il portale che mi avrebbe collegato al mondo esterno, quello che vedevo da lontano. Un mondo parallelo e opposto, che sapeva di libertà. Solo una maniglia mi ci separava, un’alta maniglia. Ma anche da bambini, o forse soprattutto da bambini, quando il desiderio è forte ci si ingegna sempre, e allora fu breve il tempo che impiegai per spostare un piccolo sgabellino di plastica, rosso, sotto la porta. Ero fermo, la mano attaccata a quella maniglia, come la lingua unita ad un cubetto di ghiaccio. Un secondo, due, e la porta aperta. Un forte vento scosse la stanza, spaventò le maestre ma io corsi fuori urlando di gioia contro il cielo. Vedevo scendere la neve, così poi mi dissero che si chiamava. Io però vedevo scendere piccole farfalline bianche e li vedevo smaterializzarsi poco prima di toccare le piastrelle del cortile. Ricordo che li anticipavo con le mani e con la lingua sentendole sciogliersi su di me. Lacrimavo dal freddo e soprattutto dalla gioia. Ero viola, ma dentro rosso di emozione. Contentissimo… e poi fui strappato dal vento, che poi vento non era, era la maestra che mi riportò dentro!
Parte tutto da me. Da me disteso su una soffice coltre di neve. La faccia all’insù a farmi baciare dal sole, e ovunque, bianco. Ragazzi, mi tiro su, e non avete idea delle bellissime immagini che mi si presentano davanti. Un pullulare di gente in tuta da sci, che pare di stare nello spazio. I movimenti pesanti di chi fa i primi passi sulla luna. I sorrisi sbalorditi di chi vive e vede per la prima volta uno spettacolo mai visto. Salti a rallentatore, e lunghe discese su slittini improvvisati, buste nere della spazzatura reinventate. E poi le lotte improvvise, come se di colpo ci trovassimo in un ring circolare alla quale non si possono superare i suoi confini. Lottatori di sumo che poi finiscono per abbracciarsi, e ridere, ridere, ridere. Ma ecco dall’alto una pioggia di bianchi meteoriti, e tu stai lì ad evitarli. E di colpo ti giri e rimani incantato. Di colpo, dall’alto della montagna vedi il mare, lo stretto sotto i tuoi occhi. Siamo noi, ad amalgamarci alla perfezione dentro a questa magnifica natura. Sono gli alberi, son le foglie, è il mare e la montagna. È il cielo e le sue bianche nuvole, la neve sotto di noi. Tutto ritorna a noi come noi ritorniamo alla natura. Lontani dal caos, lontani dalla città, lontani dagli impegni. Liberi, spontanei, senza paura di sbagliare. Pronti ad essere grati, ma anche a scusarci. E’ sintonia tra di noi, nel bene e nel male, come una nota bella ed una nota brutta, assieme stanno bene. E si, sento ancora quella musica suonarmi nelle orecchie, ed ho l’impressione che la sentirò per molto, simile ad un carillon che ha appena ricevuto la carica…
Fiocchi di neve scendono giù come fossero piume al vento, a coprire tutto di una candida e soffice coltre. Un manto bianco a nascondere le buche nell’asfalto, a congelare mozziconi di sigarette, come stalattiti. Cattivi pensieri rarefatti e spazzatura ormai affondata. Sopra di esso un’altra vita, una nuova vita, una bella vita. Alcuni si lanciano palle di neve, rincorrendosi e poi lasciandosi cadere sul morbido letto, col fiatone e le gote arrossate. Bambini si sfidano scaraventandosi dall’alto di dune di neve, fino a scivolare il più lontano possibile. Mi piace vederli con quei sorrisi degni d’esser pubblicizzati. Altri spalano neve con i propri arti ad immaginarsi degli angeli. E poi un esercito di pupazzi prende vita. Le carote vanno a ruba, ed i rametti secchi, finalmente fieri d’essere utili. Dentro le case, i caldi e bei pensieri, scritti sui vetri appannati. Uomini che indossano maglioni di lana ricamati a mano, con motivi di renne e stelle. Lì, attorno ad un tavolo, con le carte in mano e i dolci al centro. Tanta cioccolata. Torroni. Petrali. Donne vestite di rosso, divine. Baci, abbracci e coccole. E poi un pullulare di luci. Dai presepi agli alberi. Un lampeggiare rosso, un lampeggiare blu, un’intermittenza d’emozioni. E il tempo dei regali, fiocchi sfioccati e carte strappate, urla di gioia. Fuori è sera. Esplodono bombette, e rumoreggiano petardi. Qualche fuoco d’artificio illumina il blu del cielo e poi, in alto, più luminosa di ogni cosa, la Stella Cometa.