Io ero un parto della natura lanciato verso l'ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla, lasciare che si sviluppasse dal profondo, obbedire al mio destino e far mia la sua volontà, questo era il mio compito.
Il suo corpo rotolava nella tromba delle scale, perché distratto e nervoso mise il piede un gradino più sotto e così perse l’equilibrio cadendo per avanti. Si fermò piuttosto presto quel suo corpo, vista la circolarità delle scale, ma la sua testa, purtroppo batté contro la ringhiera; egli perse i sensi. Nei suoi occhi spenti viaggiavano velocissime istantanee non della vita percorsa fino ad allora, ma piuttosto di una vita da lui desiderata. Era proiettato un film in bianco e nero, dove un alone paradisiaco faceva da sfondo ai fotogrammi. Si rivedeva in quella luce bianca sorridente e con in mano, un’altra mano. Era la mano della sua sposa, ed era il suo matrimonio. All’ospedale, un’altra mano nella sua mano, la loro bambina. Nello studio, di notte, mentre moglie e bambina dormivano, lui aveva dato la mano alla sua penna, una semplice biro nera. Nella mano stringeva un altro parto, il suo libro. Un libro fatto di sofferenze, d’un passato di sacrifici e rinunce. Nato dalla solitudine del passato, ora che non era più solo. Lo strinse a se…
L’ambulanza sfrecciava verso l’ospedale quand’ecco che egli si svegliò, come se avesse soltanto dormito, con la testa fasciata ed un male tremendo. Qualcuno col camice bianco gli teneva la mano. Una giovane infermiera gli teneva la mano, e lo guardava con sguardo rassicurante, dentro ai suoi occhi verdi. Qualcosa in lui cambio: e dopo l’incosciente film, e dopo quell’incontro. Con decisione strinse quella mano per non farla scappare. E la storia ci dice che non scappò. Chiese la sua mano, e mano nella mano andarono all’altare…
Il tempo si era fermato, e tuttavia qualcosa si muoveva. Era un braccio teso che si abbassava su di me, vibrante, colpendomi. Quella mano fredda e lucida, fatta di marmo rosa. All’impatto si sgretolava contro il mio volto plastico, e ormai distorto. Riuscivo a sentire sotto quello strato duro, delle vene pulsare con forza quasi a voler esplodermi in viso. Avevo la guancia che sembrava un campo minato. Pian piano piccoli puntini rossi unendosi davano principio ad un ematoma. Dagli occhi eruttavano lacrime incandescenti, di dolore e stupore. Come se ci fosse stato un tendine collegato fino alle gambe, esse cedettero al peso del corpo che si accasciò a terra, reggendosi sul braccio sinistro. La mano destra invece, illusa ed incredula tastava la ferita, sporcandosi di sale. Di nuovo, quel braccio mi venne incontro. Con un dito mi sbeffeggiò alzando il mento verso di se. Ci fu uno sguardo cattivo, e lungo. Poi lei si volatilizzò, lasciando che rovinassi al suolo, disperato, al buio.