Io ero un parto della natura lanciato verso l'ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla, lasciare che si sviluppasse dal profondo, obbedire al mio destino e far mia la sua volontà, questo era il mio compito.
Come vorrebbero scendere insistenti le lacrime. Spingono dietro alle palpebre, ultimo ostacolo della coscienza. Sognano di scorrere lungo gote di porpora, e poi pendere dal mento verso l’abisso di un pavimento lontano. Rimbalzare una dopo l’altra, l’una sull’altra. Una grande pozza, sempre più grande. Sono lacrime tristi, per questo restano, ritornano in dietro e riprendono nuovamente la forma del ghiaccio. Aspettano però un prossimo fuoco, per sciogliere l’iceberg che sta dietro agli occhi, dentro la testa. E non si tratta dei venti siberiani, delle macchie solari, della distanza tra il sole e la terra. Una testa è fredda per altro. Lacrima dopo lacrima, si fossilizzano in una vasta calotta polare, che lentamente sfida la calotta cranica quasi incapace di contenere tutto… Poi arriva un sole, un caldo sole umano, un sorriso trasfigurato agli occhi. Il contatto di una mano calda sulle tue mani viola. Un bacio sul collo. Senti picchettare tutto. Pic pic. Crac! Caldo che spacca freddo, crepe dalle quali sgorgano piccole gocce. E si riuniscono per scendere come fiumi, non più ostacolate dalle palpebre ma neanche pronte a cadere nell’abisso. Le lacrime di gioia, scendono, e scendono nel maglione di lei, pieno d’odori. Attutite. Assorbite. Accolte pure quelle.
L’ho vista scendere. Stavo dietro ad una finestra chiusa da un vetro e protetta da sbarre verniciate di verde, oblique. Diagonali di ferro che obbligavano il mio isolamento, come quello di decine di altri bambini, lontani dai propri familiari. Io stavo seduto per terra in mezzo a dadi alfabetici e pupazzi colorati, illuminato da una luce cupa che rendeva tutto più giallo. Sembrava fosse il vento di scirocco a dare quella tonalità al mondo, eppure eravamo in inverno, dicembre mi sembra. Strano e improbabile in mezzo a quel gelo. Mi sono alzato senza neanche comprendere che i miei muscoli erano tiepide leve, da seduto che ero, ero in piedi. Sapevo bene dov’era il portale che mi avrebbe collegato al mondo esterno, quello che vedevo da lontano. Un mondo parallelo e opposto, che sapeva di libertà. Solo una maniglia mi ci separava, un’alta maniglia. Ma anche da bambini, o forse soprattutto da bambini, quando il desiderio è forte ci si ingegna sempre, e allora fu breve il tempo che impiegai per spostare un piccolo sgabellino di plastica, rosso, sotto la porta. Ero fermo, la mano attaccata a quella maniglia, come la lingua unita ad un cubetto di ghiaccio. Un secondo, due, e la porta aperta. Un forte vento scosse la stanza, spaventò le maestre ma io corsi fuori urlando di gioia contro il cielo. Vedevo scendere la neve, così poi mi dissero che si chiamava. Io però vedevo scendere piccole farfalline bianche e li vedevo smaterializzarsi poco prima di toccare le piastrelle del cortile. Ricordo che li anticipavo con le mani e con la lingua sentendole sciogliersi su di me. Lacrimavo dal freddo e soprattutto dalla gioia. Ero viola, ma dentro rosso di emozione. Contentissimo… e poi fui strappato dal vento, che poi vento non era, era la maestra che mi riportò dentro!
- Perché sei freddo? Non ti piaccio? - Seriamente c’è qualcuno cui potresti non piacere? - Sicuro! A te piaccio? - Sì, moltissimo. - Allora perché sei freddo con me? - Non sono freddo con te, ma con tutta quella gente che ci sta guardando… - Allora cosa vuoi fare? - Portarti a casa, lontano da sguardi indiscreti, spegnere la luce e immaginarti al buio. Vorrei essere certo che nessuno possa guardarti e che solo io possa respirarti, odorarti e toccarti… - E tu non vuoi guardarmi? - È da anni che ti conosco a memoria. È da anni che ti desidero. Me lo permetti? - No! - Già… Prima ero freddo, ora sono nudo. Addio per sempre. Per sempre nei ricordi.
Il moto delle cose cessa di essere e così anche lo scontro tra esse. Niente più attrito, niente più calore, e mancano infine i rumori. Scende il silenzio su di me. Attendo immobile, come fossi una statua marmorea. E i miei occhi sono così vivi, perfettamente scolpiti, paiono muoversi. Proteso in avanti a sembrare un discobolo pronto al lancio, guardo verso il futuro con una fredda speranza. Fredda allo stesso modo delle mie grigie membra, irrorate da sangue blu. Ovunque getti uno sguardo, dall’alto del mio piedistallo, tutto pare diventare marmo, come un’onda che partendo dai piedi si allarga fino a coprire l’orizzonte. Un unico tema e niente più distinzioni. E lì, rimane soltanto l’ombra di quelle cineree pupille, desiderose.