Demian

Io ero un parto della natura lanciato verso l'ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla, lasciare che si sviluppasse dal profondo, obbedire al mio destino e far mia la sua volontà, questo era il mio compito.

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Un cielo goloso.

Era buio quand’egli guardava lontane le nuvole disperdersi nel blu. Vaporose, soffuse di luce stellare. Immagini che si specchiavano in quei suoi occhi lucidi, come due caschi spaziali. Cadeva un cielo dopo l’altro, lungo le sue guance d’avorio. Il solito vizio di leccare quei mondi salati. Niente andava perso, niente sull’asfalto. Entrava in scena una donna. Un’ombra sedutagli accanto. Era la causa delle sue pene, la sua persecuzione, l’inarrivabile lei. Appoggiava la testa sulla sua spalla spigolosa, per guardare meglio gli altri, per illuderlo ancora un po’. Niente andava perso, così beveva. Quanto beveva! Beveva anche il suo delicato profumo, avvolto e travolto, dagli odori d’arrosto. Beveva anche la sua sinuosa voce, sovrastata da fisarmoniche e tamburelli. Beveva la sua ombra immobile, mentre tutti danzavano. Quanto beveva, e quanta sete. Tutto era così salato. Ma passò un minuto o forse un’ora, ed il dolce arrivò. Mielato frastuono, e coriandoli glassati, ed il cielo: una grande torta. Cadeva su di loro zucchero a velo. E in un lampo di luce, un bonbon, due mani si intrecciarono.

Un uomo cavalcava una bici in cielo.

Ruota la ruota, ruota pure l’altra. Si piega la gamba, e dopo pure l’altra. La bici va. L’asfalto corre negli occhi, un senso di ubriachezza. Vuota la testa. I copertoni sulla strada schiacciano pietrine, un rumore resta. Crick crunch! La bici va, nessuno più la controlla. Senso di ebbrezza il vento sulla testa, il vento nel cuore, sospeso sul sellino. Ripida la discesa, lacrime ferme sulle guance, braccia aperte, oppongono resistenza. E’ una follia, si va sempre più veloci. La bici scende, la bici va. Una giostra senza freni. Aria nella bocca, spalancata d’inerzia; forza centrifuga. Un grido s’arrampica lungo la gola secca, e si perde, assorbito dal palato. È un peccato la gioia repressa, solleva le palpebre, ma quella resta. Prende coscienza, vede una rampa. E sopra la rampa, la bici salta. Sotto la rampa, il calore di una vampa. Bruciano le gomme, brucia il petto. Nel tetto del mondo vola a cuore aperto. Vola, chissà dove e chissà perché. Non se lo chiede, questo non gli importa, vola per la prima volta.

Un cielo lillà.

Vedo all’orizzonte un cielo lillà. Sembra promettere una dolce pioggia, di quelle che cadono leggere solo per dar odore alla città. Sto qui imbambolato, con la testa all’insù, sperando che la pioggia venga giù. Sarebbe piacevole alla fine dell’anno, che la pioggia lavi via ogni danno. Un peccato commesso, un errore non fatto. Le parole trattenute, e quelle scagliate. Tutto questo vorrei scivolasse via in un piccolo torrente, lungo i cigli della strada e poi defluire in mare, disperdersi. L’acqua ha questo potere, di purificare. E come una benedizione, alla fine dell’anno, lavarsi in un freddo stagno.

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