Io ero un parto della natura lanciato verso l'ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla, lasciare che si sviluppasse dal profondo, obbedire al mio destino e far mia la sua volontà, questo era il mio compito.
E’ tutta una follia. Una corsa contro il tempo. Un lavoro eccezionale. Inseguo parole che si succedono una dopo l’altra riempiendo vuoti, pagine, libri. Sottolineo quello che è più importante nella speranza di poterlo ricordare un giorno, quando è certo che mi servirà. Il mio cervello come un grande magazzino, dove la prima merce ad entrare è anche la prima ad uscire. Epperò d’improvviso, il latte e lo zucchero che conservavo nei grandi stanzoni della testa, si sono amalgamati. Lo zuccherò s’è sciolto nel latte. Ma anche caffè, tea, cioccolato, acqua. Un marasma! Una confusione incredibile. Così dal portellone sottostante, per praticità chiamato ‘bocca’, venivano fuori mix di alimenti: latte e tea, latte e cacao, cappuccino, cioccolata; che poi convogliavo in tir diretti ad altri magazzini, ad altri cervelli. Era un traffico spaventoso su quelle strade della comunicazione, dove tutto era diventato uno scambio di merci, senza costo. Nel mentre dai due portelloni laterali per praticità chiamati ‘orecchie’ assimilavo i carboidrati del sapere, trasportati da altri tir provenienti da altre bocche. Le proteine erano in ritardo, perciò le serrande frontali, per praticità chiamate ‘palpebre’, erano abbassate su quei grandi fori d’input anche qui, per praticità chiamati ‘occhi’. Era un’azienda in piena regola quel mio cervello, riceveva input, materie prime, e produceva output, prodotti poi immessi nel grande mercato della conoscenza generale, dove qualcuno li acquistava gratuitamente.
Certe associazioni sono ormai così facili, perché siamo nati con esse. E sono così ben radicate che difficilmente si può pensare di cambiarle. Eppure, mi pare che molte di esse siano sbagliate o comunque incomplete. Una persona oggi mi ci ha fatto pensare, risvegliando in me pensieri già fatti. E proprio oggi, San Valentino, giorno che ormai in pochi tollerano, compresi gli innamorati, si potrebbe andare controtendenza. Tutti quei cuoricini stampati ovunque, che vuoi o non vuoi rimangono impressi nelle retine, danno un’immagine un po’ distorta dell’amore. Come se i sentimenti sorgessero soltanto dal cuore. Ed invece no! Sono tanti gli organi che competono o che in un certo senso collaborano affinché l’amore possa esprimersi. Vien da pensare al cuore, perché i suoi battiti accelerano quando proviamo forti emozioni, ma accelerano anche quando corriamo o fatichiamo. E allora perché non pensare allo stomaco, che come quando sei preso da fame e lo senti mormorare, rimbombando nel vuoto delle pareti, così lo senti rumoreggiare e richiamare la tua attenzione, quando ti innamori. Chi non ha mai sentito alla bocca dello stomaco, quella sensazione di vuoto a volte angosciante? E poi, c’è l’intestino, che tralasciando la fisiologia umana, risente molto di queste emozioni, ed in particolare della paura, che viene appunto espletata da stimoli aggiuntivi. Ed in amore, non si prova paura? Noi sentiamo le emozioni dentro, impulsi che nascono e vengono trasmessi dal cervello agli organi ed al corpo, e poi ritornano ad esso. Le gote che si arrossano. Lacrime che scendono automatiche dagli occhi. La pelle d’oca. La postura. Il calore. E così via. Perché allora è il cuore il simbolo dell’amore? Forse perché è stato reso più estetico? Vi immaginereste accanto alla scritta “ti amo” un cervello o un intestino? Ve li immaginereste dei palloncini volare, a forma di stomaco? E dei cioccolatini a forma d’encefalo?
Lo so. Dovrei scrivere, anche solo per sentirmi più libero. Forse dovrei metter nero su bianco per il solo piacere di vedere del nero sul bianco. Sono stanco di vedere il vuoto in questo foglio, e però è così difficile poterlo riempire d’inchiostro, almeno che non ci rompa una penna di sopra. Assimilo così tanto, e penso così tanto, ma le idee stentano a venire. La creatività manca e non mi spiego il perché. Di libri ne sto leggendo come al solito. Guardo film e telefilm. Mangio tanto e tanto spesso vedo gli amici, eppure.. Eppure le parole non vengono, le idee vorticano al di fuori di me. E sto scrivendo questo, semplicemente per mantenere un esercizio di stile. Mi intristisco quando penso di star perdendo tutte le mie doti. Pare che la scrittura voglia allontanarsi da me, tanto quanto io voglia avvicinarmi ad essa, come due calamite di polo uguale, si respingono. Che queste frasi riescano a farmi riprendere familiarità con le parole e le idee è ciò che spero. Che riescano a spingere le mie mani ad impugnare una penna e trascinarla marcatamente sul quaderno, è ciò che mi auguro. Sono solo in attesa di storie belle ed emozionanti, che lascino il segno. Le mani sono pronte, il cuore pure. La penna e carica ed il foglio è candido. Manchi solo tu cervellino mio!