Demian

Io ero un parto della natura lanciato verso l'ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla, lasciare che si sviluppasse dal profondo, obbedire al mio destino e far mia la sua volontà, questo era il mio compito.

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Soma.

Vedeva la sua silhouette allontanarsi, stagliarsi contro il sole; il suo corpo muoversi come un’ombra sempre più piccola, nella luce glicine. Se ne andava senza neanche averlo conosciuto. Ed era bella. Questo lo sapeva da quando gli era passata davanti: atletica e bruna come un cavallo, la criniera castana e occhi neri che foravano il mondo intorno. Sdraiato, la guardava slanciata verso il cielo pensando di seguirla, ma senza coraggio. E come poteva lui, che a confronto sembrava un grigio mulo?

Poi trottava bene, agile e ondosa. Quasi s’univa al mare nell’orizzonte turchese. Ormai era distante, non molto più distante di quando gli era vicina. Così s’era persa allo sguardo e non ai suoi pensieri. Che dopotutto, gli sarà per sempre vicina, per quanto distante, se lo vorrà. Lei non sa che per poco ha trottato nel suo cuore, ha lasciato i segni dei suoi zoccoli roventi; e seppur cuore di mulo, era un cuore fatto di speranza e curiosità.

Un giorno, avrà coraggio e non sarà più bestia da soma (come se anche questo non ne richiedesse, di coraggio). Quel giorno getterà i pesi altrui fra la spiaggia e il mare e libero correrà verso lei e il sole, che se non la prenderà, prenderà soltanto il sole, ma se la prenderà, prenderà una stella speciale. Lei.

Il bersagliato.

Si incupisce e si chiude come un guscio verso terra, sconfitto e colpito da raffiche di parole acuminate come frecce. Arcieri che scoccano parole taglienti, perforanti, velenose. Qualcuna passa oltre, lontano da lui. Altre sibilano vicine al suo corpo, graffiando di netto l’aria attorno. La maggior parte tuttavia colpisce il bersaglio, lo colpiscono. Affondano nella pelle della schiena incurvata su se stessa. Lo schiocco contro le ossa piegate in avanti. Gabbia toracica che protegge il cuore, da colpi micidiali intenti a trapassarlo. La gente è cattiva. Freccia dopo freccia, parola dopo parola. Lo disprezzano. Ognuno, tende e distende i nervi del volto, apre la bocca è urla crudeltà. E poi di nuovo ad incoccare rabbia repressa, custodita nella faretra fatta di un animo incosciente. Era un bersaglio ancora vivente e non si davano pace fin quando non vedevano i suoi occhi chiudersi e il suo cervello spegnersi, e non sentivano più quel rumore martellante che gli veniva da dentro. Ma fu quest’ultimo a salvarlo. Il tormento di un sordo e ritmico rumore, che qualcuno impietosì. Tra la gente, un pio cavaliere a cavallo corse verso egli e presolo al volo lo portò lontano da quel marasma di cattivi pensieri. Giunsero così vicino ad un rivo dove si rifocillarono, e poi il bersagliato perse i sensi. Al risveglio, dopo qualche ora di sonno profondo si ritrovò in una caverna illuminata da un fievole fuocherello che andava spegnendosi. Era solo. Il cavaliere l’aveva salvato, ma per ragioni sconosciute lo abbandonò lì. Ricadde in un sonno profondo. Ormai l’alba era sorta, quando finalmente egli uscì da quel piccolo antro. Il sole splendeva in alto, il mare luccicava in basso. Ancora più sotto una spiaggia: sabbia fine e ricca vegetazione. Forse aveva ritrovato la pace, e forse aveva ritrovato la vita. Sicuro, pensava, mentre nuotava nell’acqua calda, aveva trovato la speranza.

Crazy horse!

Sul nascere mi ritrovai dinnanzi ad una lunga distesa di terra bruciata. L’istinto mi disse di correre. Così, folle, partì a galoppo. Divenne frenesia. Gli zoccoli destri e gli zoccoli sinistri. Lasciavo dietro di me una scia di polvere rossa, finissima, che via via andava ingrossandosi nell’aria. Ero ancora così magro, che ad ogni curva, sotto pelle, si vedevano ben definiti i tendini, lucidi, d’ebano. La mia folta chioma, quella lunga criniera bruna, seguiva il vento, così come la coda, che spesso usavo come timone. Correvo ed ansimavo, impavido e sprezzante, e con la testa troppo alta. Tanto alta da non vedere quel sasso, che irruente pestai, e che mi fece ruzzolare per diversi metri. Ero tutto scosso e impolverato, ma pensate che ciò mi importò? Magari pensate che rimasi lì fermo in attesa che qualcuno venisse a soccorrermi? No, affatto! Un po’ ammaccato, mi rimisi sulle quattro zampe, tastai nuovamente il terreno e con un piccolo balzo mi lanciai, spericolato, a testa bassa verso il sole. Una palla di fuoco che, timida si nascondeva dietro l’orizzonte. Già, vedevo il firmamento. Allora sì che frenai bruscamente, avvicinando le zampe posteriori a quelle anteriori, e mi ritrovai fermo, in mezzo alla prateria, avvolto un po’ dalla terra. Occhi grossi come prugne sciroppate brillavano di riflesso al cielo. Sapevo quale stella seguire.

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