Io ero un parto della natura lanciato verso l'ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla, lasciare che si sviluppasse dal profondo, obbedire al mio destino e far mia la sua volontà, questo era il mio compito.
Si stava come carne entrata al macero dentro imbuti di cemento armato, corpi crudi verso tornelli fatti di lame, trasportati su tappeti di metallo, insaccati in grandi budelli meccanici. Un ammasso di tritato, fresco e avariato, salato e speziato. E però come processo inverso la salsiccia si svuotava, forse perché cotta e mangiata altrove, mentre là dentro cominciavano a delinearsi delle figure, dei volti, degli occhi. C’erano due in particolare, un ragazzo e una ragazza, che si guardavano distanti, complici del bello e solo di quello. Mai più conosciuti e sconosciuti allo stesso momento. Mai più desiderosi l’uno dell’altro. Era uno dei tanti incontri fugaci ed effimeri che capitano ogni giorno in quel macello di vita. Lei pronta s’incamminava verso l’uscita, che per quanto lui ci sperasse era ben diversa dalla sua. Lei verso la cottura con grazia si era mossa avvicinandosi a lui, concedendogli il suo profumo speziato. Un’altra occhiata sanguigna, erotica, e via verso le fauci di chissà chi. Lui, cibo di chissà chi.